Domenica 2 Marzo 2008...
Paoletto, paoletto bello che fai er portantino drentro quer brutto arbarghe: condreate bbono e nun fa capricci, quanno fai malo all’altre poije arrivan’e’ pasticcie.
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Paoletto, paoletto bello che fai er portantino drentro quer brutto arbarghe: condreate bbono e nun fa capricci, quanno fai malo all’altre poije arrivan’e’ pasticcie.
Li Paoli so’ quindici e predicheno bbuono, ma Jo so’ Bernine e nun ve puoss’auscultare.
Sono d’artista l’angelo secolare:
Nuje giramme peì secul attorno, e le bbone parole portamm’ a scuollo.
Ma nun z’sfrucugljie’ Paolo belle: chi sinnò a scurtammo come fa lo maialo appresso de Quaresima.
Giovanni di Lorenzo CAV. Bernino.![]()
10 Commenti
Domenica 2 Marzo 2008 alle
http://www.paoletto.net/
Domenica 2 Marzo 2008 alle
And God sent a mist out all throughout the land. By it, all the white people fell asleep. They slept for seven full days and, when they awoke, knew not of their slumber.Now, upon the emergence of this great event, God also told His servant Saint Liar to assemble all His spouses together and instruct them that they should rid themselves of their Bibles.“With our Wedding and my return, the book has expired. With your new names, you are now written of in the Book of Life.â€Hence, the seal from t
Mercoledì 5 Marzo 2008 alle
http://www.wixgame.com/en/skill-and-puzzle/concentrate-games/knee-surgery.html
Venerdì 7 Marzo 2008 alle
titolo di questo mio libro e’ un’ ovvia provocazione, per cui lascio intendere che non tutti hanno la sufficiente preparazione spirituale per apprendere il messaggio di esso.
“Sarai mai in grado di capire?” E’ nato dietro l’ispirazione del mio angelo custode, sono stata guidata in questo percorso per istruire ed illuminare le persone all’attenzione delle coincidenze angeliche.
Non potete immaginare la sofferenza procurata dalla confusione spirituale, ossia saper distinguere il paradiso, purgatorio e l’inferno.
L’esistenza del paradiso per molti e’ ovvia, ci credono e basta;
Per altri invece il purgatorio e’ il vivere sulla terra e l’inferno non esiste;
Un’ altra versione e’ che Dio, gli angeli, devono esistere per forza altrimenti questa vita non avrebbe senso, quindi, il purgatorio e l’inferno sono le nostre “cattive azioni”.
Potrei andare avanti con questi esempi all’infinito, trovo giusto evidenziare queste incertezze di chi non avesse capito e di conseguenza ritorniamo al titolo del libro.
Ora cerco di spiegare a chi non avesse ancora letto il mio libro chi sono veramente: se avete sentito mai parlare di Maria Simma, saprete anche che e’ un’ anziana signora austriaca che da piu’ di 50 anni ha il dono di parlare con le anime del purgatorio, in modo da poterle aiutare con la preghiera e far conoscere questa realta’.
Io invece, a differenza sua, vedo i vostri angeli custodi, che in prevalenza sono i cari defunti dopo la resurrezione in spirito come aveva promesso Gesu’, dio dei cristiani.
Grazie a questo carisma ho la conoscenza della profezia, ed aiuto, insieme agli angeli, le persone bisognose.
Con questo voglio dire che i nostri sentimenti dipendono molto dal nostro filone di vita, la distinzione fra bene e male non e’ una cosa innata ma si acquisisce man mano nel tempo.
Ho chiesto tante volte a dio di rafforzare ancora di piu’ la mia fede, e lo ha fatto, ( con questo non sono una fanatica della religione, ma appartengo al mondo del fitness ) come a tutte le persone che hanno fatto testimonianza nel libro, ad ogniuno di loro e’ stato rivelata la presenza e l’identita’ dell’angelo custode.
Se provate a farlo pure voi, con un po’ di buona volonta’ la vostra richiesta sara’ di sicuro esaudita.
Vorrei farvi capire come trovare la pace dei sensi con questo mio messaggio, gli angeli esistono, ed esistono per voi!
Spero di avervi fatto capire che non si puo’ vivere sempre nell’ignoto, conoscere il proprio futuro attraverso gli angeli custodi facilita anche la vita.
Venerdì 7 Marzo 2008 alle
Maria Simma: note biografiche
Alcuni brevi cenni rimessi al suo vescovo, monsignor Franz Tschann, ausiliare di Feidkirch (+1935) dal p. Alfonso Matt curato della Veggente
Maria Agata Simma, è nata il 5 febbraio 1915 a Sonntag (Vorarlberg). Sonntag è situato all’estremo lembo del Grosswalsertal, a circa 30 Km. ad est di Feldkírch, in Austria. Il padre di Maria Simma, Giuseppe Antonio, era figlio del proprietario della locanda del Leone (Lówe), chiamato anche lui Giuseppe Antonio, e sua moglie Anna Pfisterer di Sonntag.
Per anni si guadagnò la vita come custode, poi come contadino di suo fratello Johann Simma, agricoltore a Bregenz, dove fece la conoscenza di Aloisa Rinderer, figlia d’un impiegato delle ferrovie che Johann aveva preso con sé ed allevata. Giuseppe se la sposò malgrado una differenza d’età di 18 anni. Andarono ad abitare nelle vicinanze di Sonntag. Durante la prima guerra mondiale fu portalettere, poi stradino e bracciante, poi pensionato. Con sua moglie ed i suoi otto figli andò ad abitare in una vecchia casa che gli era stata data in testamento da un buon vecchio, Franz Bickel, mastro carpentiere.
A causa della grande povertà in famiglia, i figli andarono giovanissimi a servizio e dovettero guadagnarsi il pane: i ragazzi come operai e le ragazze come bambinaie. Maria Simma fu, fin dalla giovinezza, molto pia e frequentò assiduamente i corsi d’istruzione religiosa dati dal suo curato, dott. Kari Fritz. Dopo la scuola elementare partì per la Svevia, più tardi per Hard, Nenzing e Lauterach. Voleva farsi suora; ma, a tre riprese, si vide rimandare a casa, a causa della sua debole costituzione.
Il suo corredo per il convento l’aveva già in parte mendicato e in parte guadagnato da sola. Per tre anni fu a servizio a Feldkirch, alla casa di San Giuseppe. Dopo essere uscita da Gaissau tenne a casa suo padre ed ebbe cura della chiesa. Dalla morte di suo padre, nel 1947, vive sola nella casa patema. Per sopperire ai bisogni della vita si occupa di giardinaggio. Vive così di povertà e viene aiutata da gente caritatevole.
I suoi tre soggiorni in convento l’hanno formata e l’hanno fatta progredire spiritualmente, preparandola così al suo apostolato in favore delle anime del purgatorio. La sua vita spirituale è caratterizzata dall’amore filiale verso la Santissima Vergine e dal desiderio di soccorrere le anime dei purgatorio, ma anche d’aiutare con tutti i mezzi le Missioni.
Ella ha votato la sua verginità alla Madonna e ha fatto la consacrazione a Maria del Santo Grignon de Montfort, in favore, soprattutto, dei defunti, si è pure offerta a Dio, facendogli il voto come “vittima”, d’amore e d’espiazione.
Maria Simma ha trovato ora, sembra, la vocazione che Dio le ha assegnata: aiutare le anime del purgatorio con la preghiera, la sofferenza espiatoria e l’apostolato. Fin dall’epoca del nazismo ha aiutato a preparare i bambini alla confessione ed al catechismo della prima comunione, dando loro un’istruzione religiosa complementare e dimostrando, in questo compito, un vero talento ed un grande “saper fare”.
Venerdì 7 Marzo 2008 alle
NonSoloBiografie: San Luigi Maria Grignon De Montfort
Lungo il nome: Luigi Maria Grignion de Montfort. E breve la vita: 43 anni. Questo bretone di buona famiglia e di buoni
studi diventa sacerdote nel 1700 (l’anno del Giubileo alluvionato, con la basilica di San Pietro impraticabile). Vorrebbe
andare missionario in Canada, ma lo mandano a Poitiers.
Con la sua preparazione dottrinale e col parlare attraente, si fa presto una fama: parla molto bene, ma meglio ancora
agisce, assistendo le vittime di malattie ripugnanti. Però l’idea della missione non lo abbandona, sicché, lasciando
perdere i superiori, va a sentire il Papa. Questo significa un viaggio Poitiers-Roma e ritorno, sempre a piedi, con una
sosta a Loreto. Ma Clemente XI gli dice che l’urgenza del momento è predicare ai francesi, scossi dall’aspra battaglia
dottrinale ingaggiata dai giansenisti contro Roma. Lui riprende allora a parlare in città e nelle campagne; quando è
necessario affronta i dotti giansenisti con discorsi ugualmente dotti. Ma dà poi la sua misura vera nel tradurre la dottrina
in linguaggio quotidiano e campagnolo, nell’accostarla alla sensibilità popolare, colpita dalla coerenza intrepida
dell’esempio, quando lo si vede intento a pulire e medicare i malati, fraternamente. Le opere accompagnano la sua
parola, e questa diffonde una religiosità della fiducia, spingendo a confidare in Gesù come amico, prima di temerlo come
giudice. E a Gesù egli associa Maria, appassionatamente. Ma anche lucidamente. Ossia con distacco rigoroso da certa
devozione mariana soggetta talora a eccessi inaccettabili (alimentati anche da scritti cosiddetti mariani, e di fatto ricolmi
di “cattiva dottrina in cattiva posa”, come dirà nel XX secolo il mariologo René Laurentin).
Per lui, la Madre di Gesù è una creatura che può ammaestrare i cristiani di ogni tempo semplicemente con le poche
parole che ha detto agli amici di Gesù, alla festa nuziale di Cana: “Fate quello che vi dirà”. Questo insegnano di fatto i
suoi scritti e la sua predicazione, col calore e con le immagini del tempo, e sempre con l’accompagnamento di forti
esortazioni alla pratica del Rosario. Questo si legge sul suo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, che
resterà inedito per 130 anni; pubblicato nel 1842, diventerà uno dei testi fondamentali della pietà mariana. (Nel XX
secolo sarà la lettura quotidiana del cardinale Stefan Wyszynski, primate di Polonia, prigioniero del regime comunista
polacco).
Nel 1712-13 padre Grignion fonda una comunità maschile di missionari per l’evangelizzazione: la Compagnia di Maria.
Questi religiosi, chiamati poi abitualmente Monfortani, estenderanno via via la loro attività in Europa, America e Africa.
Ma lui vedrà solo gli inizi, morendo pochi anni dopo la fondazione. Nel 1947, Pio XII lo proclamerà santo.
Venerdì 7 Marzo 2008 alle
Saint Louis Marie Grignon de Montfort
“Totus tuus”, expression de Saint Louis Marie Grignon de Montfort, désormais rendue célèbre par Jean-Paul II qui en avait fait sa devise. Dans son testament ce dernier écrivait de la Vierge : “Je ressens encore plus profondément que je suis totalement entre les mains de Dieu - et je reste constamment à la disposition de mon Seigneur, me confiant à Lui dans Sa Mère Immaculée (Totus Tuus).
Communauté Vie Chrétienne
28/04/2005
Sa vie
A 20 ans Saint Louis Marie Grignon de Montfort quitte famille et amis et part à pied pour Paris, ayant le désir d’entrer au séminaire. En chemin, il donne aux pauvres qu’il rencontre, le peu de biens qu’il avait avec lui. Et c’est en haillons mais en se sentant libre et heureux qu’il arrive dans la capitale. Il entre au séminaire pour garçons pauvres. La nuit il veille les morts pour pouvoir payer sa pension. Chargé de la bibliothèque au séminaire, il dévore tout ce qui est écrit sur la sainte Vierge. Il est ordonné prêtre et le 5 juin 1700, il célèbre sa première messe à l’église Saint Sulpice.
Après avoir exercé son ministère à Nantes, il est repris par son désir de servir les pauvres. Il rejoint l’hôpital général de Poitiers où il est nommé aumônier. En 1703, il fonde avec Marie-Louise Trichet, l’institut des sœurs de la Sagesse Divine. Mais ses actions créent des oppositions et des jalousies. L’évêque lui demande de prendre le large.
Il décide de se rendre à pied à Rome et de confier son avenir au Pape. Le 6 juin 1706, il est reçu par le pape Clément XI. Le Pape le nomme « missionnaire apostolique » : « Vous avez, Monsieur, un assez grand champ en France, pour exercer votre zèle ; n’allez point ailleurs, et travaillez toujours avec une parfaite soumission aux évêques dans les diocèses desquels vous serez appelé : Dieu par ce moyen en donnera bénédiction à vos travaux. »
C’est le début de toutes les grandes missions (retraites) que Louis Grignon de Montfort ne cessera plus de donner jusqu’à sa mort. Il invite les croyants à réaffirmer les promesses faites au baptême, et à aller à Jésus par Marie. Car Louis-Marie a découvert que pour lui-même, ce chemin marial avait été un excellent chemin. Personne n’a mieux connu Jésus, personne ne l’a mieux aimé que Marie. Elle a participé à ses joies et à sa douleur. Elle était là à Cana. Elle était là quand son fils mourait sur une croix. Elle est là près de lui dans la gloire, première à rendre grâce, première à implorer pour notre salut à tous.
Les prêches du Père Grignon de Montfort, parfois, dérangent clergé local. Alors il part pour la paroisse ou le diocèse proches. Il reste fidèle à la demande du Pape d’obéir aux Evêques. Il trouvera en Etienne de Champflour, Evêque de la Rochelle, un protecteur efficace.
Il utilise pour sa catéchèse des cantiques populaires qu’il compose, fait ériger des calvaires, constitue des confréries mariales, crée des écoles pour enfants pauvres.
C’est en mission à Saint Laurent sur Sèvres en 1716, qu’il meurt épuisé. Il sera béatifié en 1888 et canonisé par Pie XII en 1947.
Pour aller plus loin…
A l’invitation de Saint Louis Marie Grignon de Montfort,
- dans ma prière, me tourner vers Marie, lui confier mes forces et mes faiblesses,
- relire les scènes de l’Evangile où Marie est présente et contempler son attitude, voir à quoi elle m’invite dans ma propre vie : l’Annonciation (Mt 1, 18… – Lc, 1, 26…), la Visitation (Lc 1, 39…), les noces de Cana (Jn 2, 1…), auprès de la Croix (Jn 18, 25…), au Cénacle avec les Apôtres (Ac 1, 14).
Extrait du Traité de la vraie dévotion à la Sainte Vierge par Saint Louis-Marie Grignon de Montfort
Premièrement, la vraie dévotion à la Sainte Vierge est intérieure, c’est-à-dire elle part de l’esprit et du cœur, elle vient de l’estime qu’on fait de la Sainte Vierge, de la haute idée qu’on s’est formée de ses grandeurs, et de l’amour qu’on lui porte.
Secondement, elle est tendre, c’est-à-dire pleine de confiance en la Très Sainte Vierge, comme d’un enfant dans sa bonne mère. Elle fait qu’une âme recourt à elle en tous ses besoins de corps et d’esprit, avec beaucoup de simplicité, de confiance et de tendresse; elle implore l’aide de sa bonne Mère en tout temps, en tout lieu et en toute chose : dans ses doutes, pour en être éclaircie; dans ses égarements, pour être redressée [...] Enfin, en tous ses maux de corps et d’esprit, Marie est son recours ordinaire, sans crainte d’importuner cette bonne Mère et de déplaire à Jésus-Christ.
Troisièmement, la vraie dévotion à la Sainte Vierge est sainte, c’est-à-dire qu’elle porte une âme à éviter le péché et imiter les vertus de la Très Sainte Vierge, particulièrement son humilité profonde, sa foi vive [...].
Quatrièmement la vraie dévotion à la Sainte Vierge est constante, elle affermit une âme dans le bien […] elle la rend courageuse à s’opposer au monde, dans ses modes et maximes [...].
Cinquièmement enfin, la vraie dévotion à la Sainte Vierge est désintéressée, c’est-à-dire qu’elle inspire à une âme de ne se point rechercher, mais Dieu seul dans sa Sainte Mère. Un vrai dévot de Marie ne sert pas cette auguste Reine par un esprit de lucre et d’intérêt [...] il n’aime pas Marie précisément parce qu’elle lui fait du bien, ou qu’il en espère d’elle, mais parce qu’elle est aimable. C’est pourquoi il l’aime et la sert aussi fidèlement dans les dégoûts et sécheresses que dans les douceurs et ferveurs sensibles ; il l’aime autant sur le Calvaire qu’aux noces de Cana [...]
Consécration à la Vierge, Saint Louis-Marie Grignon de Montfort
Je vous choisis, aujourd’hui, ô Marie, en présence de toute la Cour Céleste,
pour ma Mère et ma Reine.
Je vous livre et consacre, en toute soumission et amour,
mon corps et mon âme,
mes biens intérieurs et extérieurs,
et la valeur même de mes bonnes actions passées, présentes et futures,
vous laissant un entier et plein droit de disposer de moi et de tout ce qui m’appartient,
sans exception, selon votre bon plaisir,
à la plus grande Gloire de Dieu, dans le temps et l’éternité.
Venerdì 7 Marzo 2008 alle
Giubileo
1300: primo Giubileo
1350: secondo Giubileo
1390: terzo Giubileo
1400: quarto Giubileo
1423: quinto Giubileo
1450: sesto Giubileo
1475: settimo Giubileo
1500: ottavo Giubileo
1525: nono Giubileo
1550: decimo Giubileo
1575: undicesimo Giubileo
1600: dodicesimo Giubileo
1625: tredicesimo Giubileo
1650: quattordicesimo Giubileo
1675: quindicesimo Giubileo
1700: sedicesimo Giubileo
1725: diciassettesimo Giubileo
1750: diciottesimo Giubileo
1775: diciannovesimo Giubileo
1825: ventesimo Giubileo
1875: ventunesimo Giubileo
1900: ventiduesimo Giubileo
1925: ventitreesimo Giubileo
1950: ventiquattresimo Giubileo
1975: venticinquesimo Giubileo
I giubilei straordinari
1300: primo Giubileo
Una moltitudine di pellegrini
Il primo Giubileo della tradizione cristiana di cui si hanno notizie storicamente valido è quello dell’anno 1300, indetto da Bonifacio VIII.
I cronisti dell’epoca narrano che, all’approssimarsi dello scadere del XIII secolo, dalla vigilia di Natale del 1299 una grande moltitudine di fedeli cominciò ad accalcarsi dentro e fuori della Basilica di S. Pietro implorando un segno di grazia e di perdono mediante una purificazione generale.
Questa manifestazione spontanea di devozione crebbe con il passare dei giorni poiché‚ alla folla dei romani si andò aggiungendo un numero sempre crescente di forestieri che la speranza di una remissione della pena temporale muoveva verso la tomba del Principe degli Apostoli.
Si era infatti diffusa per tutto il mondo cristiano la fama di una grande indulgenza per tutti coloro che nell’anno centesimo si fossero recati alla Basilica di Pietro.
Quella voce che, traendo la sua forza da antiche tradizioni, aveva scosso la cristianità, indusse il pontefice Bonifacio VIII a cercare negli antichi testi informazioni relative agli “anni centenari”.
Pur non avendo tratto dalla consultazione notizie del tutto illuminanti, il Papa non volle ostacolare l’accorrere delle genti in Roma, anzi mostrò di gradire il desiderio dei pellegrini. Più volte convocò il Collegio cardinalizio per consultarlo sul da farsi, finché decise di compilare un documento ufficiale, la Bolla Antiquorum habet fida relatio, con la quale indisse il primo Giubileo dell’”Anno Centesimo”, che chiamò “Centesima Indulgenza”.
Il 22 febbraio 1300, festa della Cattedra di San Pietro, alla folla che si accalcava nella Basilica vaticana e nella piazza antistante il Pontefice annunciò l’indulgenza plenaria per tutti coloro che, pentiti e confessati, si sarebbero recati nell’anno 1300 e in qualunque altro centesimo anno alle due basiliche di S. Pietro e S. Paolo, per trenta giorni continui o intercalati se romani, per quindici giorni se forestieri.
Lo stesso 22 febbraio Bonifacio pubblicò un’altra Bolla: Nuper per alias. Con questa venivano esclusi dai benefici dell’indulgenza tutti coloro che mantenevano rapporti commerciali con i Saraceni; Federico II d’Aragona e i Siciliani, ostili a lui e alla Chiesa Romana; i Colonna, condannati come ribelli alla Sede Apostolica ed infine tutti i pubblici nemici della Chiesa presenti e futuri.
Appena si diffuse la notizia della nuova indulgenza aumentò la moltitudine di pellegrini che dai più lontani paesi d’Europa si muoveva verso Roma, incurante delle infinite difficoltà di un viaggio lungo ed insicuro. Per tutto l’anno una fiumana di gente corse a prostrarsi davanti alle tombe degli Apostoli, alle reliquie dei Martiri e al Sudario di Cristo che veniva mostrato in San Pietro ad ogni festività.
L’affluenza non diminuì neppure nell’estate quando Papa e Curia si ritirarono ad Anagni e quando epidemie di ogni genere incominciarono ad infuriare per il caldo e per le esalazioni delle fogne aperte in ogni strada.
Ogni giorno entravano e uscivano dalle porte cittadine oltre trentamila persone e circa duecentomila ne soggiornavano quotidianamente nella città, che allora contava meno di ventimila abitanti.
Raccontano le cronache che a fine anno si calcolò avessero lucrato il Giubileo circa due milioni di pellegrini, i quali nel complesso avrebbero lasciato a Roma più di centomila fiorini d’oro. Questa ingente somma fu destinata dal Papa alla realizzazione di opere pubbliche e al restauro delle numerose chiese romane in stato di grande degrado.
Fu anche acquistato un vasto terreno sulla via Salaria dove venne costruito un castello che, a ricordo dell’evento, fu chiamato Castel Giubileo.
Il primo grande Giubileo, voluto e richiesto da un popolo desideroso di rinnovamento e di grazia, si concluse il 24 dicembre del 1300.
Per un anno Roma si era posta come punto di riferimento e centro universale della cristianità, sostituendosi a Gerusalemme. Bonifacio VIII, il Papa sovrano, aveva potuto riaffermare il ruolo centrale del Papato e della Chiesa come unica dispensatrice di salvezza.
1350: secondo Giubileo
Il Giubileo di S. Brigida e del Petrarca
Il secondo Giubileo, comunemente conosciuto come Giubileo di Santa Brigida e del Petrarca, si celebrò nel 1350 in Roma, senza la presenza del Papa, risiedendo dal 1305 la Sede Apostolica in Avignone.
Gli effetti del grande successo riportato da Bonifacio VIII con l’Anno Santo del 1300 avevano avuto breve durata. Gli incresciosi fatti di Anagni del settembre del 1303, seguiti dalla morte dello stesso Pontefice, concludendo la lunga lotta con Filippo il Bello, re di Francia, avevano determinato il trasferimento della Sede Pontificia ad Avignone e dato inizio ad una grave crisi per il Papato e per la città di Roma, non più centro privilegiato della cattolicità.
Verso la fine di novembre del 1342, aggravandosi la situazione generale, una solenne ambasciata, composta dai rappresentanti dei tre ordini del popolo romano - nobiltà, borghesia e gente minuta - si recò ad Avignone presso Clmente VI, da poco eletto, per perorare il rientro del Papa a Roma e per sollecitare un Giubileo a sollievo della città abbandonata ed immiserita.
Il Papa non poté accogliere la richiesta del rientro ma accolse quella di un nuovo Giubileo.
Con la Bolla Unigenitus Dei Filius del 27 gennaio 1343 - pubblicata molto più tardi, nell’agosto del 1349 - Clemente VI indisse il Giubileo per l’anno 1350 e dichiarò ridotto da cento a cinquanta anni l’intervallo giubilare, richiamandosi al passo del Levitico (25,10) che definiva l’anno cinquantesimo “Giubileo di remissione”.
La stessa Bolla introduceva un’altra novità: il pieno perdono dei peccati sarebbe stato concesso a tutti coloro che nell’anno 1350, confessati e sinceramente pentiti, avessero visitato, oltre le due Basiliche di San Pietro e San Paolo, anche quella Lateranense di San Giovanni.
Da una ricca documentazione dell’epoca risulta che, anche se da lontano, il Pontefice dispose con minuziosa cura che tutto si svolgesse regolarmente. Al Cardinal Annibaldo Caetani, vescovo di Tuscolo, diede l’incarico di rappresentarlo all’inaugurazione del Giubileo, avvenuta nella Basilica di San Pietro il giorno di Natale del 1349.
Sin dai primi giorni dell’Anno Santo in Roma si riversò una folla innumerevole. Matteo Villani, cronista e testimone di quel Giubileo, scrisse, forse esagerando, che solo durante il periodo quaresimale del 1350 un milione e duecentomila forestieri sarebbero entrati nella città di Roma, tramutata in un immenso albergo.
L’esigenza della remissione dei peccati e il desiderio di un rinnovamento dei costumi ancora una volta avevano spinto verso le Basiliche degli Apostoli una moltitudine di pellegrini incuranti di indicibili disagi e di ogni tipo di epidemie. Le difficoltà erano rese più pesanti dalle conseguenze del catastrofico terremoto che nel settembre del 1349 si era abbattuto sull’Italla centrale e su Roma, provocando gravissime distruzioni e numerose vittime.
Purtroppo quella che doveva essere la “festa della perdonanza” apparve così come un peregrinare tra misere rovine e tra locandieri ed osti rapaci.
Anche Petrarca, il grande poeta aretino, venuto a lucrare il Giubileo, diede della città una desolante descrizione: “Le case giacciono a terra, le mura cadono, i templi crollano, i santuari sprofondano, le leggi sono calpestate. Il Laterano giace al suolo e la madre di tutte le chiese è senza tetto”.
In questa città in rovina, comunque, la gente accorse numerosa per tutto l’anno da ogni parte del mondo cristiano. Si rilevò anche una notevole presenza di personaggi illustri dell’aristocrazia europea. Fra gli altri Ludovico, re di Ungheria, con la sua corte e Santa Brigida di Svezia che, giunta da tempo a Roma in incognito, trascorreva lunghe ore, in segno di penitenza, a chiedere l’elemosina per i poveri presso la chiesa di San Lorenzo in Panisperna.
Questa grande Santa, fondatrice dell’Ordine delle Suore del Salvatore a cui aveva dato la regola di Sant’Agostino, dopo il Giubileo, salvo brevi periodi, rimase per il resto della vita a Roma, sollecitando e attendendo il ritorno della Sede Pontificia. E a Roma, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, morì nel 1373, nel luogo ove sorge la chiesa a lei dedicata in Piazza Farnese.
1390: terzo Giubileo
Il Giubileo del “Grande Scisma”
Il terzo Giubileo si celebrò a Roma nel 1390 mentre il Papato con il Grande Scisma di Occidente viveva una delle più drammatiche vicissitudini della sua storia.
Il desiderio mai sopito della cristianità che la Sede pontificia ritornasse da Avignone a Roma aveva trovato soddisfazione nel gennaio del 1378 con l’ultimo papa francese Gregorio XI ma già alla morte di questo, avvenuta nello stesso anno, si vide che l’esilio avignonese aveva colpito profondamente la struttura ecclesiastica e che in seno al Collegio cardinalizio, dominato dai cardinali francesi, le aspirazioni personali e nazionali avevano la prevalenza sui più importanti problemi di vita e di unità della Chiesa.
Mentre Gregorio XI era ancora in agonia, autorevoli rappresentanti della cittadinanza romana si recarono dai cardinali per richiedere che si eleggesse un papa italiano e che si mantenesse la residenza papale in Roma.
Sebbene i capi avessero garantito che non si sarebbero verificati tumulti, il 7 aprile 1378, quando i cardinali si recarono in Vaticano per il conclave, il popolo romano, facendo ala al corteo dei porporati, li minacciava gridando: “Romano lo volemo, o almanco italiano”.
In questa atmosfera, fra gravi difficoltà e nel timore della rivolta popolare, si venne alla determinazione di eleggere il napoletano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che non faceva parte del Sacro Collegio.
Questi salì al soglio pontificio il 18 aprile del 1378 con il nome di Urbano VI e già nel suo primo concistoro non lasciò dubbi sui suoi propositi: la Santa Sede doveva rimanere in Roma e il Papato affrancarsi dall’ingerenza francese.
I cardinali stranieri che lo avevano eletto, in parte per paura di sommosse popolari e in parte per reciproca diffidenza, presto si accordarono contro di lui e convocarono il Sacro Collegio a Fondi, non lontano da Anagni, dove nell’estate si erano ritirati mal sopportando l’aria malsana di Roma.
Dopo averlo calunniato ed aver invalidato la sua elezione, scelsero un altro pontefice nella persona di Roberto di Ginevra, che divenne Clemente VII, il quale solo nel giugno del 1379, sotto scorta militare, poté raggiungere Avignone dove erano rimasti alcuni cardinali e una parte della Curia.
Stavano ora uno di fronte all’altro due Papi che si scomunicavano a vicenda, mentre il mondo cristiano si divideva in due obbedienze: una “romana” e una “avignonese”.
Si era così aperto il Grande Scisma che ebbe notevoli ripercussioni sulle già precarie condizioni politiche, sociali e religiose dell’Europa.
In Italia Urbano VI ben presto venne a trovarsi al centro di gravi e drammatici eventi, spesso estranei allo spirito religioso, che lo costrinsero per alcuni anni a stare lontano da Roma. Quando nel 1388 poté tornarvi trovò la città in deplorevole stato di abbandono. Nell’intento di migliorarne le condizioni e per ingraziarsi i romani, decise di indire un Giubileo senza attendere lo scadere del cinquantesimo anno, come avrebbero voluto le disposizioni della Bolla del 1343 Unigenitus Dei Filius di Clemente VI. Con la Bolla Salvator noster dell’8 aprile 1389, Urbano VI stabilì che l’intervallo giubilare si portasse da cinquanta a trentatré anni, in ricordo della durata della vita terrena di Cristo, e dispose che si cominciasse a celebrare l’evento dall’anno 1390.
La morte, che lo colse improvvisamente nell’ottobre del 1389, non gli permise di inaugurare quel Giubileo che aveva desiderato e preparato.
Molto rapidamente nel successivo mese di novembre fu eletto in Vaticano il giovane cardinale Pietro Tomacelli, che prese il nome di Bonifacio IX.
Questi con la Bolla Dudum Felicis dell’11 giugno 1390 approvò il Giubileo già indetto per quell’anno e confermò, secondo quanto aveva stabilito sin dal 1373 Gregorio XI, che per lucrare l’indulgenza si dovesse visitare, oltre le Basiliche di San Pietro, San Paolo e San Giovanni, anche quella di Santa Maria Maggiore, considerando la parte singolarissima che nella nostra eterna salute ha la Santissima Vergine.
In questo Giubileo Bonifacio IX, per la prima volta, concesse a chi non poteva affrontare il duro viaggio per Roma di ottenere ugualmente l’indulgenza, pagando una somma di denaro. In particolare il Papa con il documento Dudum siquidem diede la facoltà al vescovo di Camerino, Nunzio Pontificio nella Marca di Ancona, di concedere ad alcuni religiosi e ad altre persone, nell’impossibilità di muoversi, di poter lucrare il Giubileo restando in patria.
Nonostante la defezione dei francesi e degli spagnoli, obbedienti alla proibizione dell’antipapa Clemente VII di andare a Roma, la città si riempì di pellegrini provenienti da numerosi paesi europei. Mentre guerre fratricide e odi implacabili sconvolgevano i popoli d’Europa, il pellegrinaggio verso i luoghi santi di Roma rimaneva un’aspirazione sempre viva e profondamente sentita da un’umanità desiderosa di espiare i propri peccati, riformare la propria coscienza e ritrovare la pace dello spirito.
1400: quarto Giubileo
Bonifacio IX, il Papa del Perdono di San Nicola
Dopo la celebrazione del Giubileo del 1390, erano apparse in tutta la loro gravità le miserevoli condizioni della città di Roma, sconvolta dai perenni conflitti tra le potenti famiglie degli Orsini e dei Colonna che rendevano particolarmente difficoltoso il governo del papa Bonifacio IX. Nel 1400, dopo aver sopite le ribellioni dei Colonna e aver fiaccata la potenza dei conti Caetani di Fondi, ostili alla Chiesa, con l’aiuto di Ladislao re di Napoli, il Pontefice poté assicurarsi la preponderanza su tutti i suoi nemici. Per rafforzare la sua sovranità sulla città di Roma attese a ricostruire Castel Sant’Angelo e a fortificare il Vaticano e il Campidoglio ma, soprattutto, si preoccupò di accrescere sul piano religioso il credito del papato romano in tutti i paesi della sua obbedienza.
Egli, che aveva ridotto a trentatré anni il tempo intercorrente tra i Giubilei, nella difficile e particolare situazione in cui si trovava, ritenne di doversi richiamare alla norma dell’”anno cinquantesimo”, stabilita da Clemente VI nel 1350, e di indire il Giubileo per l’anno 1400.
Se nel 1390 l’affluenza dei pellegrini era stata grande, a distanza di appena dieci anni non diminuì, anzi fu enorme il numero dei romei che, superando distanze inimmaginabili per quei tempi, giunsero nella città santa di Roma per ottenere il grande perdono.
In quell’anno centesimo una folla immensa si mosse per lucrare l’indulgenza plenaria sollecitata dallo struggente desiderio della “perdonanza” e dalla forte esigenza di pace spirituale, profondamente sentita in un tempo in cui crudeltà, odio e prevaricazione dominavano il mondo.
Con un anticipo notevole sulla data di apertura dell’Anno Santo grandi masse di penitenti spontaneamente mossero dalla Francia meridionale verso Genova, altre si riunirono a Bologna e in diverse città d’Italia per poi dirigersi a Roma. Erano uomini e donne di ogni età con bianchi cappucci ed una rossa croce sul capo, preceduti da corifei che guidavano il canto di inni sacri.
Camminavano in lunghe processioni sferzando il corpo con flagelli, esortando alla penitenza e suscitando intorno a loro un fervore mistico che spesso si tramutava in violento fanatismo. La gente li chiamava “compagnie dei battuti, dei bianchi o dei bianconi”. Questo fenomeno grandioso e frenetico, che richiamava quello dei “flagellanti” del XIII secolo, ad un certo punto incominciò a creare gravi difficoltà alle autorità romane. Infatti questi bianconi, il cui numero era di qualche migliaio, portavano alla città pestilenze, lutti ed eccessi di ogni genere. Il Papa, pur toccato da tanto entusiasmo religioso, fu costretto a prendere provvedimenti che limitassero le loro processioni, ma non fu impresa facile.
Il Giubileo del 1400 si caratterizzò non solo per queste forme di penitenza e di religiosità, forse a volte eccessive e stravaganti, ma anche per l’increscioso fenomeno della caccia alle indulgenze.
Bonifacio IX, come era già avvenuto nel 1390, aveva accordato ad alcune città il privilegio di permettere ai fedeli di lucrare le indulgenze con la visita a particolari chiese e con l’offerta di elemosine. Da questa concessione presero origine grandi abusi.
Iniziò infatti una vera e propria gara di vendita delle indulgenze che individui senza scrupoli, appellandosi alle disposizioni del Papa, andavano offrendo ovunque, soprattutto a coloro che non volevano recarsi a Roma. A questi veniva richiesto un obolo pari alle spese che avrebbero comportato il viaggio, il soggiorno e il tempo perduto a danno dei propri affari.
Si giunse così a svilire un’iniziativa squisitamente spirituale, trasformandola in una indegna operazione finanziaria. Il fenomeno in seguito ingigantì, generando forti malumori nel mondo cristiano e causando ripercussioni di così grande portata da costringere il Papa ad emanare un decreto per frenare il riprovevole commercio.
IL PERDONO DI SAN NICOLA
Tra gli eventi di questo Anno Santo va ricordata la concessione del singolare privilegio del Perdono accordato ai penitenti che visitano il Cappellone del Santuario di San Nicola a Tolentino. Bonifacio IX infatti, con Bolla del 10 marzo 1400, concesse di poter lucrare l’indulgenza plenaria a tutti coloro che, sinceramente pentiti e riconciliati, avrebbero annualmente e devotamente visitato il Cappellone del Santuario nella domenica immediatamente successiva alla festa di San Nicola di Tolentino dai primi vespri a tutta la domenica.
1423: quinto Giubileo
Il “Perdono generale”
Il quinto Giubileo della tradizione cristiana si celebrò nel 1423 a pochi anni dalla conclusione dello Scisma d’occidente, che aveva visto la Chiesa coinvolta in un rapido susseguirsi di eventi lesivi della dignità stessa dell’istituzione.
Quando la situazione divenne intollerabile e la rivalità tra il Papa avignonese e il Papa romano si manifestò in maniera scandalosa, i cardinali delle due “obbedienze” si riunirono a Livorno ed indissero un Concilio Generale a Pisa con il proposito di agire di loro iniziativa per il bene della Chiesa. Per la prima volta in questo Concilio pisano - convocato nel 1409 dai cardinali senza il Papa e che, per la partecipazione di circa 500 membri, poteva dirsi ecumenico - furono prese in considerazione quelle idee secondo le quali il Concilio, come organo di tutta la Chiesa, è superiore al Papa e può deporlo quando questi faccia cattivo uso della sua autorità.
Sulla base di questo principio conciliare e nel tentativo di porre fine allo Scisma, l’assemblea depose il papa romano Gregorio XII e quello avignonese Benedetto XIII, contro i quali elevò accusa di scisma e di eresia. I due collegi cardinalizi poterono così eleggere l’arcivescovo di Milano Pietro Filarco di Creta, che fu incoronato nel Duomo di Pisa con il nome di Alessandro V.
Subito, però, apparve evidente quanto profonde fossero le radici del male. Nessuno dei Pontefici in carica cedette e, invece di due Papi, se ne ebbero tre, con residenza a Roma, ad Avignone e a Bologna.
Quando Alessandro V, morto nel maggio del 1410, ebbe in Giovanni XXIII un successore per niente degno della massima carica della Chiesa, sebbene eletto dai Cardinali riunitisi a Pisa, si fece sentire ancora più forte l’urgenza di un nuovo Concilio.
Poiché non si poteva sperare in una iniziativa da parte di Giovanni XXIII, gli sguardi di tutti si volsero all’energico re tedesco Sigismondo, al quale la fine dello Scisma importava enormemente, non potendo pensare di farsi incoronare imperatore in Roma, se la cristianità non avesse avuto un unico capo spirituale.
Sigismondo, che sempre aveva avuto l’intenzione di promuovere un Concilio, approfittò della necessità di Giovanni XXIII di affidarsi per esigenze politiche alla sua protezione per costringerlo ad indirne uno nella città tedesca di Costanza.
Nel Concilio di Costanza, che si aprì nel novembre del 1414, si doveva risolvere - oltre all’estirpazione dell’eresia ussita - il doppio problema dell’unità e della riforma della Chiesa.
Fu risolto solo il primo: Giovanni XXIII e Benedetto XIII furono deposti. Gregorio XII rinunciò spontaneamente alla carica e l’8 novembre 1417 ebbe inizio il conclave dal quale, nel giorno di San Martino, risultò eletto il cardinale diacono Oddone Colonna con il nome di Martino V.
La Chiesa aveva di nuovo un unico capo. Il grande Scisma d’Occidente finiva dopo circa quarant’anni.
Il Concilio si concluse il 22 aprile 1418. Subito dopo il nuovo Papa sentì imperioso il richiamo “della sua casa, della desolata e dilaniata Roma, che attendeva il suo sovrano”.
Malgrado le lusinghe e le velate minacce che gli giungevano da più parti, Martino V nel maggio del 1418 lasciò Costanza e, dopo numerose tappe di avvicinamento, il 29 settembre entrò in Roma, dove in un grandioso apparato fu accolto da una folla festante. Il Papa trovò la città in pace, ma fazioni, epidemie, carestie e terremoti l’avevano precipitata in un grave stato di miseria, mentre bande di briganti sanguinari taglieggiavano e depredavano liberamente.
Dopo un’energica “pulizia”, egli riuscì a mutare il volto di Roma sotto ogni aspetto. Dispose tra l’altro che tutti i cardinali provvedessero a restaurare a proprie spese le basiliche romane di cui erano titolari, consentendo con tale iniziativa l’affluire a Roma di grandi artisti, come Gentile da Fabriano, Vittore Pisanello, Masaccio.
In questa città che rifioriva il Papa volle celebrare un grande Giubileo, ricollegandosi a quello del 1390 ed avvalendosi della disposizione di Urbano VI che aveva stabilito, nel 1389, un intervallo giubilare di trentatré anni, in ricordo della durata della vita terrena di Cristo.
Essendo scarse le notizie di questo Giubileo, molti hanno creduto esiguo il numero dei pellegrini venuti a Roma per guadagnarvi l’indulgenza plenaria; non mancano, però, testimonianze che affermano il contrario. In una sua lettera l’umanista Poggiolini si lamenta per “l’inondazione” di Roma da parte di “barbari”, accorsi alla festa del Giubileo, i quali avevano riempito la città di “sporcizia e di sudiciume”. Su cronache dell’epoca si legge anche che per l’acquisto dell’indulgenza giubilare accorsero a Roma “oltremontani in gran numero”.
Questo Anno Santo, considerato “l’anno del perdono generale”, fu vissuto in un clima di particolare gioia per la riconquistata pace religiosa, dopo la fine dello Scisma.
Per sottolinearne l’importanza spirituale, Martino V aveva chiamato a Roma, con lo scopo di esortare alla penitenza e alla purificazione la popolazione imbarbarita, il francescano Bernardino da Siena, grande riformatore e maestro, il cui ideale educativo trovò rispondenza nell’opera sociale ed umanitaria della nobildonna romana Francesca de’ Ponziani. Questa istituì nella Chiesa di S. Maria Nova sul Foro la prestigiosa congregazione delle Oblate che seguivano la regola di San Benedetto e che, pi- tardi, si raccolsero a condurre vita comune nella casa di Tor de’ Specchi, vasto edificio ai piedi del Colle Capitolino acquistato da Francesca. Dopo una vita dedicata all’apostolato caritativo, religioso e morale, Francesca morì nel 1440 e fu sepolta nella chiesa di S. Maria Nova che, dopo la sua canonizzazione nel 1608, prese il nome di S. Francesca Romana.
1450: sesto Giubileo
L’”Anno d’oro”
Il sesto Giubileo, che si celebrò nel 1450 e che S. Antonino da Firenze nella sua Cronaca definì l’”Anno d’oro”, fu indetto da Niccolò V il 19 gennaio 1449 nella Basilica di S. Pietro, durante una solenne cerimonia e alla presenza di tutto il Sacro Collegio.
La promulgazione di un Giubileo Generale era apparsa al Papa, eletto da circa due anni, il miglior modo di celebrare il conseguimento della pace ecclesiastica, ottenuto dopo i gravi contrasti sorti, durante il Concilio di Basilea (1431-1449), fra il suo troppo rigido predecessore Eugenio IV e i forse troppo democratici “conciliaristi”.
Chiuso nel 1417 il Grande Scisma con l’elezione di Martino V, il sinodo di Basilea, che doveva affrontare la riforma della Chiesa, ne produsse un altro, sia pure “piccolo”, nel luglio del 1440 quando, deposto Eugenio IV dichiarato eretico, elesse l’antipapa Vittorio Amedeo VIII di Savoia con il nome di Felice V. Gli eventi che seguirono e che videro nuovamente schierati da una parte e dall’altra i diversi stati d’Europa si conclusero nel 1449 con il trionfo del papato romano e con la rinuncia di Felice V, il quale chiuse la serie degli antipapi, di cui egli era stato il trentasettesimo.
Il tentativo dei Basileesi di rinnovare il dannoso scisma aveva suscitato vive reazioni in tutta la Chiesa fin dal tempo di Eugenio IV, provocando il distacco di molti dalle dottrine antipapali, predominanti nei Concili di Costanza e di Basilea, ed il ritorno all’antica dottrina della costituzione monarchica della Chiesa e degli inalienabili diritti della Santa Sede.
Fu uno dei grandi meriti di Niccolò V aver ricomposta con prudente ed abile politica l’unità del Papato ed aver ristabilito, senza spargimenti di sangue, la pace e l’ordine nell’intero Stato della Chiesa e in Roma.
Lo storico Guicciardini lo defini autore della quiete universale, ma il suo governo non raggiunse fama mondiale solo per i successi politici e religiosi. Egli, infatti, è unanimamente riconosciuto come il primo Papa umanista.
Sotto il suo pontificato umanesimo e arte rinascimentale fecero il loro ingresso alla corte papale, presso la quale operarono illustri letterati ed artisti, come Lorenzo Valla, Francesco Filelfo, Leon Battista Alberti e il Beato Angelico.
Zelante raccoglitore di libri, pose le basi della Biblioteca Vaticana, che arricchì di manoscritti e codici, preziosi per la bella scrittura e le artistiche rilegature.
Spese molto anche per la città di Roma, restaurandone gli antichi monumenti, le chiese e le mura, sia perch‚ portato alla magnificenza e alla bellezza, sia perch‚ intenzionato a preparare la città al Grande Giubileo, a quell’”Anno d’oro” il cui successo conferì un enorme prestigio al suo pontificato.
L’Anno Santo del 1450, con il quale veniva ripristinato il ciclo di cinquant’anni, vide infatti in Roma un numero straordinario di pellegrini. Le cronache che ne riportano gli eventi sono numerose, entusiastiche e ricche di particolari. Fu così grande la moltitudine di gente che si riversò sulla città da creare gravi difficoltà di approvvigionamento, di alloggio e di ordine. Per il continuo ed eccezionale afflusso dei fedeli nelle chiese, il Papa dispose che il Sudario della Veronica, le teste di S. Pietro e S. Paolo e le più venerate reliquie fossero esposte con maggior frequenza e, più tardi, diminuì il numero delle visite alle Basiliche necessario per lucrare l’indulgenza.
Solo nell’estate, al sopraggiungere della peste, la fiumana si arrestò. La città si spopolò e anche il Papa lasciò Roma per rifugiarsi prima a Spoleto poi a Fabriano, dove rimase fino all’autunno quando, con il diminuire del contagio, il flusso dei romei riprese con inaudita irruenza.
Dopo la peste un altro evento segnò in modo tragico l’Anno Santo. Il 19 dicembre sul Ponte Sant’Angelo circa duecento persone morirono soffocate nella calca, precipitate nel Tevere o calpestate dagli zoccoli di cavalli e muli imbizzarriti di un drappello di cavalieri.
A prescindere dalla peste e dalla sciagura di Ponte Sant’Angelo - a memoria della quale Niccolò V fece erigere due cappelle in piazza San Celso -, il successo del Giubileo fu grande e non solo per il numero dei pellegrini, ma anche per la presenza di notevoli personaggi. Dai cronisti vengono ricordati il re Ferdinando di Napoli, le regine Carlotta di Cipro e Caterina di Bosnia, il principe Andrea Paleologo, il pittore fiammingo Ruggero van der Weyden, oltre importanti testimoni della fede come i futuri santi Rita da Cascia e Antonino da Firenze.
Fatto di particolare interesse e momento di grande attrazione fu la canonizzazione del predicatore francescano Bernardino da Siena, morto appena sei anni prima a L’Aquila.
Il Papa lo proclamò santo in San Pietro con una solenne cerimonia il giorno della Pentecoste. L’evento richiamò a Roma un elevato numero di francescani tra i quali Giovanni da Capestrano, Giacomo della Marca e lo spagnolo Diego d’Alcalà, che più tardi avrebbero avuto gli onori degli altari.
Vespasiano da Bisticci, biografo del Papa ed autorevole testimone degli avvenimenti del 1450, concludendo la cronaca del Giubileo, esprime la sua soddisfazione dicendo: mi allieta tutt’ora il ricordo di quel tempo, perché‚ allora si poté‚ riconoscere così bene lo splendore e la sublimità della religione cristiana… A vero dire quell’anno giubilare è degno di essere ricordato in tutte le età.
1475: settimo Giubileo
L’Anno Giubilare diviene venticinquennale
Nell’aprile dell’anno 1470, con la Bolla Ineffabi1i Providentia, il papa Paolo II, volendo dar prova di quanto gli stesse a cuore la salute delle anime dei fedeli a lui affidati, avvicinò il tempo dell’indulgenza plenaria, riducendo l’intervallo fra un Giubileo e l’altro da cinquanta a venticinque anni.
Il mondo cristiano ancora ricordava con dolore le difficoltà sopportate a causa dello scisma, ancora tremava di spavento per la caduta di Costantinopoli e per l’irrefrenabile avanzata dei Turchi, soffriva per le pestilenze che colpivano perennemente tutto l’Occidente e per le sfrenate passioni scatenate dalle lunghe guerre. Tutto questo, ridestando il sentimento religioso e il desiderio di penitenza, faceva sì che il pensiero dell’umanità si volgesse verso le cose spirituali. Cogliendo, appunto, tali aspirazioni della cristianità e tenendo conto di quanto breve fosse la durata della vita, Paolo Il aveva voluto un Giubileo per l’anno 1475. Purtroppo, però, non gli fu concesso di inaugurarlo perché‚ la morte lo colse improvvisamente nel luglio del 1471.
Fu il suo successore Francesco della Rovere, eletto con il nome di Sisto IV nell’agosto 1471, che, confermando la scadenza venticinquennale, indisse l’Anno Santo del 1475 con la Bolla Salvator Noster del 26 marzo 1472.
Nello stesso documento - primo del genere stampato in una tipografia sia in latino che in volgare - il Papa impartiva anche rigorose disposizioni perché‚ fosse salvaguardata la sicurezza dei pellegrini e fossero adeguatamente preparate all’evento tutte le città dello Stato Pontificio ed in particolare “Roma, la capitale consacrata dal sangue dei Principi degli apostoli Pietro e Paolo”.
Successivamente, il 29 agosto 1473, decretò che fossero sospese, durante il periodo giubilare, tutte le indulgenze plenarie fuori Roma.
Sisto IV - che subordinò la sua autorità spirituale alla politica temporale, centro del suo interesse - non fu sempre all’altezza del santo ministero di supremo pastore della cristianità, ma si guadagnò comunque la stima dei contemporanei per essere stato grande mecenate delle arti e intraprendente restauratore di Roma, soprattutto nell’imminenza del Giubileo.
Per sua sollecitudine nei confronti dei romani e dei pellegrini fu rifatta l’intera struttura viaria della città, sotto la direzione del grande architetto Leon Battista Alberti; vennero demolite molte fatiscenti costruzioni che intralciavano il flusso dei fedeli verso San Pietro e fu aperta una grande arteria principale che dal Papa prese il nome di via Sistina.
Lo storico e umanista Bartolomeo Secchi, detto Platina, a proposito delle cure che Sisto IV volse all’abbellimento di Roma scrive: “Con molta fatica e grandi spese, per comodità del popolo romano e delle schiere di pellegrini che dovevano venire al Giubileo, rifece dalle fondamenta con massi di travertino riquadrati il ponte già da lungo tempo rovinato e che perciò dai romani era stato detto Ponte Rotto; non a torto il Papa ordinò che dal suo nome esso si chiamasse Ponte Sisto à A mio avviso ciò fu fatto per impedire che le masse dei pellegrini nell’andare e nel tornare non venissero per la troppa ressa schiacciate, come era accaduto al tempo di Niccolò V sul Ponte Sant’Angelo”.
Il Papa provvide anche a restaurare l’acquedotto dell’Acqua Vergine, quasi completamente ostruito, prolungandone le condotte dal Quirinale alla Fontana di Trevi; dispose che fosse radicalmente ripulito il comprensorio adiacente alla Basilica di San Giovanni in Laterano e, nella piazza antistante alla chiesa restaurata, volle che fosse posta la statua equestre di Marco Aurello, da tempo dimenticata in uno scantinato.
Non vi fu chiesa o cappella in tutta Roma che, per volere del Papa e con il concorso dei cardinali, non fosse messa a nuovo e, per questo, furono chiamati grandi artisti quali Botticelli, Melozzo da Forlì, Ghirlandaio, Mantegna, Perugino e Pinturicchio. Va ricordato che, proprio in occasione di questo Giubileo, Sisto IV ordinò l’erezione della Cappella Sistina, i cui affreschi, eseguiti allora dal Ghirlandaio, dal Perugino e dal Signorelli, furono in seguito in parte cancellati per far posto al Giudizio Universale di Michelangelo.
Il concorso dei pellegrini al Giubileo, inaugurato alla vigilia di Natale del 1474, non corrispose in principio alla grande aspettativa dei romani. Manca un calcolo, sia pure approssimativo, di quanti forestieri fossero venuti a lucrare l’indulgenza. Soltanto una cronaca riporta, forse esagerando, che nel giorno dell’Ascensione si erano radunate in Piazza San Pietro circa duecentomila persone. Numerose sono invece le cronache che testimoniano la presenza a Roma di illustri personaggi, tra i quali meritano particolare menzione il re Cristiano di Danimarca e la moglie Dorotea, Carlotta di Lusignano, ex regina di Cipro, i re Niccolò di Bosnia, Ferdinando di Napoli e Mattia Corvino di Ungheria.
Purtroppo anche questo Giubileo verso la fine dell’anno fu funestato da un tragico evento. La campagna romana fu colpita da un furioso nubifragio che provocò lo straripamento del Tevere. Si ebbe una catastrofica inondazione, seguita da una terribile pestilenza. Per questo il Papa concesse che si potessero lucrare i benefici giubilari anche a Bologna nelle chiese di San Petronio, Sant’Antonio, San Pietro e San Francesco, quindi ordinò che l’Anno Santo fosse prolungato fino alla Pasqua del 1476. Fu data inoltre agli Scozzesi e ai Tedeschi, impossibilitati a raggiungere Roma, la facoltà di lucrare l’indulgenza in patria. Le loro generose offerte furono utilizzate per le spese comportate dalla guerra contro i Turchi, mentre il denaro lasciato dai pellegrini nelle casse pontificie fu utilizzato per le opere di restauro di Roma, Spoleto, Orvieto e Viterbo.
1500: Ottavo Giubileo
Le Porte Sante
In conformità a quanto stabilito nel 1470 da Paolo Il che ogni venticinquesimo anno dovesse essere giubilare, questa solennità fu celebrata nel 1500 da papa Alessandro VI.
I preparativi erano iniziati fin dal 1498. L’anno dopo, il 28 marzo, Giovedì Santo, con la lettura della Bolla Inter multiplices dalla Loggia Vaticana, presente il Papa, il Giubileo fu solennemente promulgato al suono di tromba.
Con quello stesso documento, secondo l’innovazione introdotta nel 1475 da Sisto IV, venivano soppresse tutte le indulgenze plenarie fuori della città di Roma, ad eccezione di quelle concesse alla chiesa di San Marco a Venezia.
Papa Borgia, di cui è nota la predilezione per le pompose cerimonie liturgiche, volle che l’anno giubilare fosse celebrato con grandi feste religiose e che tutto fosse predisposto, sotto ogni aspetto, con meticolosa cura, perché‚ non si ripetessero gli inconvenienti del passato. Al liturgista Giovanni Burcardo affidò il compito di preparare un apposito cerimoniale che riguardasse sia le preghiere delle varie funzioni, sia le operazioni inerenti all’apertura del Giubileo. Questo cerimoniale è quello seguito ancora, seppure con qualche variante, ai nostri giorni.
Egli fu il primo papa a volere che l’avvenimento giubilare fosse chiamato Anno Santo e fu lui ad ordinare che in ciascuna delle quattro Basiliche Patriarcali di Roma venisse ricavato uno speciale ingresso, accanto a quello principale, da riservare come Porta Santa.
Questa porta, distinta dalle altre ed impreziosita da speciali ornamenti, era da destinarsi a quanti volessero lucrare l’indulgenza durante l’Anno Santo, alla conclusione del quale sarebbe stata murata, per essere riaperta all’inizio di quello seguente.
Fedele a quanto predisposto, alla vigilia di Natale del 1499, il Papa, seguito da un imponente corteo, si recò in San Pietro, dove con un martello, simbolo del suo potere, colpì più volte la Porta Santa, che poi rapidamente venne abbattuta. Egli, tenendo una candela accesa, entrò per primo nella Basilica seguito dalla processione mentre il coro intonava il Te Deum. Contemporaneamente tre cardinali da lui delegati celebravano la stessa funzione d’apertura delle Porte Sante nelle basiliche di S. Paolo, San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore.
Fin dal dicembre folte schiere di pellegrini mossero verso Roma. In precedenza era stata pubblicata un’apposita bolla per assicurane il viaggio, mentre severi provvedimenti erano stati presi per mantenere tranquillità e ordine nella città. Presso il porto di Ostia stazionava una flottiglia di guerra per prevenire azioni di pirateria.
Queste precauzioni non bastarono a salvaguardare da ogni pericolo i romei, ma questi non si scoraggiarono, tanto forte e radicata era la fede che li animava.
Numerosi accorsero dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi Bassi, dall’Ungheria, oltre che dalle diverse parti d’Italia. “Tutto il mondo era in Roma”, scrive lo storico Sigismondo de’ Conti e altri cronisti contemporanei rilevano che il movimento ricordava per molti aspetti la grande epoca delle crociate. Stando a quanto riporta il Burcardo nel suo Diarium, circa duecentomila persone si sarebbero raccolte nelle radure intorno a San Pietro per assistere al solenne pontificale celebrato dal Papa nel giorno di Pasqua.
Non mancarono anche questa volta romei illustri. Fra i più celebri viene ricordato Nicolò Copernico, che si trattenne a Roma per un anno impartendo, secondo l’usanza di allora, lezioni libere a scienziati e a famosi personaggi. Si dice che tra la schiera degli uditori ci fossero anche Michelangelo e Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III.
Per lucrare il Giubileo soggiornò a Roma anche Elisabetta Gonzaga, moglie di Guidobaldo da Montefeltro, il cui viaggio fu impresa particolarmente rischiosa a causa di Cesare Borgia che mirava al possesso del ducato di Urbino.
La conclusione dell’Anno Santo fu funestata purtroppo da una calamità. Dopo diversi giorni di piogge torrenziali il Tevere straripò invadendo strade e case. Quando l’acqua si ritrasse, tutta la zona intorno al Vaticano era talmente ricoperta di mota da risultare impraticabile. Il Papa per questo prolungò il Giubileo fino all’Epifania ed emanò decreti che permisero ai cristiani lontani da Roma di lucrare la grande indulgenza in patria, adempiendo le consuete pratiche e pagando una certa somma.
Molto denaro affluì nelle casse pontificie. Anche persone non del tutto ostili ai Borgia, come Sigismondo de’ Conti, non poterono nascondere in questa occasione la loro contrarietà per l’eccessivo nepotismo del Papa, il quale si servì di quel denaro per sovvenzionare le imprese belliche di Cesare Borgia in Romagna. Molte altre furono le critiche mosse allo sconcertante comportamento di Alessandro VI e mai, come nel caso di questo Papa, si ebbero, ai suoi tempi e in futuro, discussioni tanto accese e discordanze tanto forti nell’interpretazione di un pontificato.
Al Borgia fu però riconosciuto il merito di aver tenuto in gran conto le questioni ecclesiastiche. Tra l’altro si interessò della riforma dei monasteri, assicurò e promosse in tutti i modi l’esistenza e l’operosità degli Ordini religiosi, si occupò delle missioni nel Nuovo Mondo che, da poco scoperto, si apriva alla cristianità.
Tipico principe rinascimentale, mostrò un genuino amore per le scienze e le arti di cui fu sensibile protettore. Il suo pensiero principale, specialmente in vista del Giubileo, fu per la Città Leonina, che racchiudeva la basilica di San Pietro e la fortezza di Castel Sant’Angelo. Aprì strade, restaurò chiese e palazzi. Prestò gran cura alle sue stanze private, che furono affrescate dal Pinturicchio. Per cinque anni, sotto il suo pontificato, soggiornò e lavorò a Roma Michelangelo.
Nel 1500 l’artista venticinquenne portò a termine la Pietà, opera che gli valse la fama di primo scultore d’Italia e che ancora oggi si può ammirare in San Pietro.
1525: nono Giubileo
In un clima di grandi lotte religiose e politiche Clemente VII celebra l’Anno Santo.
Dopo la morte di Adriano VI, da un conclave durato cinquanta giorni, il 19 aprile 1523 risultò eletto, con il nome di Clemente VII, Giulio dei Medici, figlio naturale poi legittimato di Giuliano, la vittima della congiura dei Pazzi del 1478.
Mentre la Curia, una volta scomparso l’austero Adriano VI, riprendeva il tono gaio dei tempi dell’altro Papa Medici, il liberale e mondano Leone X, Clemente VII cercò una posizione di neutralità nel complesso scacchiere politico delle lotte, che si stavano svolgendo per il predominio europeo, tra Carlo V d’Asburgo e Francesco I di Francia.
Essendo falliti i suoi maldestri tentativi di pace, assunse un atteggiamento oscillante, ora filoimperiale ora filofrancese che, destando scarsa fiducia nei contendenti, suscitava in questi desideri di rivincita a suo danno. Fra le conseguenze di questa infelice politica una delle più nefaste fu certamente il famoso “sacco di Roma” del 1527, operato dall’orda sanguinaria dei lanzichenecchi, mercenari al servizio di Carlo V, contro il quale il Papa aveva preso posizione. Sebbene, a causa delle guerre che funestavano l’Europa e della tragica epidemia di peste che si stava diffondendo in Italia, a molti non sembrasse opportuno celebrare il Giubileo, Clemente VII, sin dall’aprile del 1524, decise di indirlo, nel rispetto della scadenza venticinquennale, inaugurata nel 1475.
Il 17 dicembre 1524, con la Bolla Inter sollecitudines et coram nobis, promulgò l’Anno Santo e con lo stesso documento dispose che potevano fruire dell’indulgenza anche quei pellegrini che fossero morti a Roma prima di aver completato le prescritte pratiche religiose, e tutti quelli che, postisi in viaggio, non avessero potuto raggiungere la Città Santa per gravi impedimenti. Inoltre i fedeli venivano dispensati dall’obbligo delle elemosine per l’acquisto delle indulgenze, obbligo che però restava in vigore per coloro che non potevano recarsi a Roma.
In questo Anno Santo il Pontefice apportò alcune innovazioni: aprì la Porta Santa in San Pietro servendosi di un martello dorato e indossando uno sfarzoso mantello di raffinata fattura, fece coniare monete commemorative con la sua effigie e ripristinò il toccante dramma della Passione al Colosseo durante l’anno giubilare.
Come in passato, vennero date precise e severe disposizioni per garantire la sicurezza dei romei, ma l’affluenza di questi, come da alcuni era stato previsto, fu assai scarsa. Oltre al conflitto franco-asburgico, alla pestilenza e all’avanzata dei Turchi, influì notevolmente sulla libera partecipazione dei pellegrini all’evento la grave crisi religiosa iniziata fin dal 1517 in Germania dal monaco agostiniano Martin Lutero, il quale, tra l’altro, aveva messo in discussione il principio delle indulgenze, cardine della pratica giubilare.
Da quando Lutero dal 1518 si era appellato ad un Concilio Ecumenico, la situazione era divenuta sempre più inquietante.
La convocazione di un Concilio era urgente per definire la Riforma della Chiesa, ma i ripetuti appelli, anche da parte di esponenti cattolici, erano sempre caduti nel vuoto.
Clemente VII, come i pontefici che lo avevano preceduto, temeva il Concilio, memore delle fatali conseguenze che quelli di Costanza e di Basilea avevano portato al Papato. Questa indecisione determinò il precipitare degli eventi che favorirono la diffusione e il successo delle teorie di Lutero, Calvino e Zwinglio in Europa.
Contemporaneamente in Inghilterra Enrico VIII consolidava talmente la potenza della monarchia da essere in grado di distaccarsi dal Papa, quando questi gli negò la separazione dalla moglie Caterina d’Aragona, zia di Carlo V, per sposare Anna Bolena.
Lo scisma inglese, dovuto soprattutto a ragioni politiche ed economiche, non viene addebitato a Clemente VII ma, come sottolineano alcuni storici, si sarebbe forse potuto evitare se il timoroso Papa mediceo avesse agito in tempo utile e con maggiore risolutezza.
Mentre andava scadendo sempre più il prestigio del Papato, nel periodo storico in cui si svolse il Giubileo, si diffondevano e si rafforzavano in seno alla stessa Chiesa quegli aneliti di rinnovamento che, creatisi all’inizio del XVI secolo, porteranno più tardi alla Riforma operata dal Concilio di Trento.
Di questa realtà sono testimonianza i numerosi movimenti religiosi spontanei a cui sono legati nomi di veri riformatori che, pur restando nell’ambito dell’ortodossia, combatterono i vizi e gli abusi del tempo unendo ad una vita religiosa, spesa per la santificazione individuale, un’intensa attività di opere caritative.
Dal 1517, ad esempio, era nato a Roma l’Oratorio del Divino Amore, che riuniva un gruppo di insigni personalità laiche ed ecclesiastiche, alcune delle quali avrebbero poi occupato un posto di primo piano nel rinnovamento della Chiesa. Tra queste Jacopo Sadoleto, Gaspare Contarini, Gian Pietro Carafa, futuri cardinali, e Gaetano di Thiene, fondatore con il Carafa dell’Ordine dei Teatini, così chiamato dall’antico nome di Chieti (Theate), sede vescovile del Carafa.
Poco dopo sorgeva per opera di Gerolamo Emiliani l’Ordine dei Somaschi, il cui luogo di riunione era il villaggio di Somasca, presso Bergamo, e veniva approvata la Congregazione dei Figli di San Paolo, detti poi Barnabiti dal convento di San Barnaba in Milano, loro sede.
Un altro importante Ordine riconosciuto da Clemente VII fu quello dei Frati Minori della Vita Eremitica, conosciuti con il nome popolare di Cappuccini per il loro caratteristico cappuccio dalla forma piramidale.
Questo nuovo ramo dell’antico Ordine fondato da San Francesco d’Assisi improntava la propria missione apostolica nello spirito di una rigida povertà. Durante il Giubileo i Cappuccini come i Teatini ebbero modo di rispondere in maniera efficace alle innumerevoli necessità spirituali e materiali dei pellegrini, garantendo in ogni occasione l’attiva presenza della Chiesa.
1550: decimo Giubileo
Inizia la tradizione della solidarietà
L’Anno Santo del 1550 ebbe come protagonisti due Papi. Preparato da Paolo III Farnese, morto nel novembre del 1549, fu celebrato da Giulio III de’ Ciocchi del Monte che, con la sua Bolla Si pastores ovium, lo indisse il 10 febbraio 1550, appena tre giorni dopo la sua elezione, che aveva concluso un difficile conclave durato circa tre mesi.
Per ambedue i Pontefici, che con rigorosa cura avevano decretato severe disposizioni a garanzia di un corretto svolgimento del Giubileo, questo doveva coronare una linea politica finalizzata alla soluzione dei contrasti franco-asburgici e all’affermazione del fondamentale ruolo di mediazione della Chiesa.
Il loro governo, che si colloca negli anni cruciali della guerra fra Impero e Francia e delle trasformazioni religiose del continente europeo a causa della Riforma protestante, fu segnato dalle alterne vicende del Concilio di Trento.
Paolo III, eletto dopo la morte di Clemente VII, a differenza del suo predecessore mediceo, sentì subito che non era possibile dilazionare la convocazione del tanto richiesto Concilio per la riforma della Chiesa e ne divenne uno dei più autorevoli sostenitori. A causa, però, delle diffidenze reciproche di Francesco I e Carlo V e delle esitazioni e condanne da parte dei principi cattolici e protestanti, questo non fu aperto che nel dicembre del 1545 a Trento, città dell’Impero.
I lavori di questo Concilio ecumenico, 19° della storia della Chiesa, che con interruzioni di vario genere dovevano protrarsi fino al 1563, si proponevano tre scopi principali: la conferma dei dogmi della Chiesa cattolica, la riforma morale e disciplinare degli ecclesiastici, il rientro dei protestanti in seno al cattolicesimo e, quindi, l’unità cristiana.
A Paolo III, sotto il governo del quale si svolsero i primi due periodi del Concilio - 1545-47 a Trento, 1547-1549 a Bologna - va riconosciuto il grande merito di averlo aperto e sostenuto. Inoltre questo Papa, la cui fama purtroppo fu notevolmente oscurata dallo sfacciato nepotismo, acquistò grandi benemerenze per le doti di abile politico e di generoso mecenate.
Durante il suo pontificato Roma, devastata dal “sacco” del 1527, parve rinascere. Le strade e le piazze furono ripulite, i palazzi ristrutturati, l’Università “la Sapienza” venne riorganizzata e la Biblioteca Vaticana arricchita.
Egli impegnò numerosi artisti ed architetti, fra i quali emersero Antonio da Sangallo e Michelangelo. Il primo ebbe la direzione dei lavori di fortificazione della città, costruì la Cappella Paolina in Vaticano, curò la strutturazione del palazzo della famiglia Farnese e della Sala Regia, imponente atrio della Cappella Sistina.
Michelangelo completò il palazzo Farnese alla morte del Sangallo, arricchì la Cappella Sistina con il grandioso affresco del Giudizio Universale, ideò la moderna piazza del Campidoglio - dove il Papa, nonostante la disapprovazione dell’artista, volle trasferire dal piazzale Laterano la statua equestre di Marco Aurelio - diresse la “fabbrica di San Pietro” e progettò quella grandiosa cupola che solo un grande genio poteva concepire e realizzare in quell’epoca.
All’altro protagonista del Giubileo del 1550, Giulio III, descritto dai biografi come persona caritatevole e mite, ma amante dello sfarzo e dello scherzo anche pesante, nonostante la sua spregiudicata politica familiare, non si può disconoscere il merito di aver saputo, nell’attività temporale, affrontare il critico momento internazionale, caratterizzato dai contrasti fra Carlo V ed Enrico II di Francia, e di essere riuscito a superare, nell’attività pastorale, i molti ostacoli che rendevano difficoltosa la ripresa del Concilio ecumenico.
Con la Bolla Cum ad Tollenda del 14 novembre 1550 ordinò la riapertura del Concilio nella città di Trento per il 1ø maggio 1551 e con lo stesso documento rese valide le due precedenti discusse sezioni tenutesi a Bologna, dove l’assemblea si era trasferita a causa del dilagare nel Trentino di un’epidemia di tifo petecchiale.
Il Giubileo che Giulio III aveva solennemente inaugurato, aprendo la Porta Santa in San Pietro il 24 febbraio 1550, non richiamò un grandissimo numero di pellegrini a Roma, ma fra coloro che vennero a lucrare l’indulgenza si ricordano nomi illustri: Giorgio Vasari, Michelangelo, i Duchi di Urbino e di Ferrara, Francesco Borgia, che nell’ottobre di quell’anno pronunciò i voti nella Compagnia di Gesù, le ambascerie dell’Imperatore Carlo V e del re di Francia Enrico II. Inoltre la presenza in Roma di Ignazio di Loyola e di Filippo Neri, due personaggi che entreranno con autorevolezza nella storia religiosa del futuro, lascia intravedere gli importanti fermenti culturali e sociali che in quegli anni si andavano delineando.
Proprio durante l’Anno Santo il Papa aveva rinnovato alla Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio, tutti i privilegi già accordati da Paolo III, riconoscendo la fervida attività di apostolato, di educazione e di carità che questo Ordine svolgeva nel mondo.
Nello stesso anno in Roma decideva di prendere gli ordini sacri Filippo Neri, che dal 1548, ancora laico, aveva istituito la “Confraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti”. Lo scopo del sodalizio era, oltre la santificazione dei suoi membri, il soccorso ai romei poveri, numerosi nella prima metà del Cinquecento.
Il Giubileo procurò grande lavoro ai generosi confratelli ma, conclusosi il gravoso compito dell’Anno Santo, essi continuarono l’opera caritativa provvedendo ai bisogni materiali e spirituali di tutti i convalescenti che, usciti dall’ospedale, si trovavano in difficoltà.
L’opera voluta da Filippo Neri crebbe negli anni successivi e alle necessità dei poveri pellegrini corrispose sempre di più la mobilitazione di tanti cristiani che attraverso il sodalizio offrivano la loro opera caritativa.
La Confraternita della Carità, nata dalle esigenze concrete del Giubileo, divenne una delle opere permanenti di carattere religioso e sociale che numerose fiorirono in quegli anni in cui si andava preparando la grande epoca della riforma e della restaurazione cattolica.
1575: undicesimo Giubileo
Austerità e fervore religioso
Il Giubileo del 1575 è il primo ad essere celebrato dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) e dopo la promulgazione dei decreti conciliari, approvati da papa Pio IV con la Bolla Benedictus Deus et Pater del 26 gennaio 1564, che divennero punto di riferimento fondamentale per tutti i cattolici. Questo Giubileo doveva essere un’occasione per mostrare l’immagine nuova della Chiesa, voluta dal Concilio, e per manifestare la vitalità e la volontà di trasformazione della stessa.
Il papa Gregorio XIII, Boncompagni, lo indisse con la Bolla Dominus ac Redemptor Noster, che venne pubblicata due volte: il 20 maggio 1574, festa dell’Ascensione, e il 19 dicembre dello stesso anno, quarta domenica d’Avvento.
L’usanza di pubblicare la bolla d’indizione del Giubileo in questi particolari giorni, introdotta da Gregorio XIII e osservata in seguito dai suoi successori, doveva avere un profondo significato simbolico. Il giorno dell’Ascensione del Signore doveva infatti ricordare che la grande indulgenza giubilare apriva ai peccatori pentiti le porte del Paradiso e l’ultima domenica d’Avvento doveva indicare che al posto della Sinagoga era subentrata la Chiesa e che il vecchio era stato sostituito dal nuovo anno giubilare.
Perché la città di Roma si preparasse a celebrare il santo evento con la dovuta cura e con la massima austerità, papa Gregorio aveva emanato severe disposizioni. Ai proprietari di case, perché non speculassero sui prezzi, fu vietato di sfrattare gli inquilini, agli osti ed ai locandieri fu ordinato di contenere i costi e fu anche imposto un calmiere per i generi di largo consumo. Vennero espulse da Roma le cortigiane, proibite, durante il Giubileo, le mascherate di Carnevale ed esortati curiali e nobili a non usare sfarzosi equipaggi e carrozze per gli spostamenti.
Il Pontefice sollecitò inoltre i cardinali, riuniti in concistoro, a praticare una nuova vita di edificazione: “Poiché per antico istituto si avvicina il tempo accettabile di essere ricevuti in grazie della divina bontà, giusta cosa è che ciascuno di noi si prepari coi debiti mezzi per conseguire a tanto tesoro esercitandosi, oltre che nelle confessioni e nelle comunioni, vigilie, digiuni, visite di chiese, nelle opere particolarmente della cristiana pietà. E’ da procurare e provvedere con ogni sforzo che quelle anime che per lavare le macchie loro nel sangue del purissimo Agnello si trasferiranno in questa città santa, restino bene edificate della romana conservazione e alle loro case ritornino salde nella religione, disposte a perseveranza e bene affette alla Sede apostolica”.
Le parole del Papa non risultarono vane, anzi seppero suscitare una grande volontà di operare per il bene comune.
Iniziarono grandi lavori per rendere più accogliente la città, si allestirono abitazioni per ospitare i pellegrini, si restaurarono chiese, si costruirono più ampie e comode strade, come la via Merulana che doveva collegare la Basilica di Santa Maria Maggiore a quella di San Giovanni in Laterano. Fu istituita una speciale milizia che sorvegliasse le vie di accesso a Roma per il pacifico deflusso dei pellegrini e venne richiesto ai sovrani confinanti di renderne più sicuro e agevole il transito nei loro territori.
Il 24 dicembre 1574, nelle prime ore del mattino, Gregorio XIII, intonando il Veni Creator Spiritus, si recò con un gran seguito di cardinali davanti alla Porta Santa di San Pietro; quindi, tenendo una candela accesa nella mano sinistra, battè per sei volte simbolicamente con un martello d’argento dorato il muro che la chiudeva e, appena gli operai l’ebbero abbattuto, attraversò la Porta in ginocchio e a capo scoperto. Gli era accanto, tra gli altri, Carlo Borromeo, cardinale arcivescovo di Milano. L’alto prelato, chiamato a Roma dal Papa, vi era giunto come semplice pellegrino visitando lungo il percorso i santuari e i monasteri maggiori. Le cronache descrivono con parole di ammirazione la grande pietà con cui questi assolse l’impegno di lucrare il Giubileo recandosi più volte, anche a piedi nudi, sia alle quattro Basiliche sia a quelle chiese dove era segnalata la presenza di qualche reliquia.
In questo Anno Santo, considerato il più spirituale e religioso della storia, fu enorme l’afflusso dei pellegrini provenienti da ogni regione d’Italia e da tutti gli altri paesi europei. I cronisti parlano di una media di trecentomila presenze al giorno e ricordano fra i romei più illustri due celebri poeti, Guarini e Tasso, e il padre del grande pittore Guido Reni.
Quello però che viene maggiormente messo in risalto nella storia di questo Giubileo è la significativa presenza dei rappresentanti di tutti gli ordini religiosi e delle numerose confraternite di nobili, di religiosi e di semplici laici. Nella gara di solidarietà e di abnegazione nell’assistenza ai romei, in cui tutti i sodalizi si prodigarono, ancora una volta si distinse la confraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini e Convalescenti, fondata nel 1548 da Filippo Neri, la quale durante questo Anno Santo diede ospitalità a centoquarantacinquemila pellegrini e a ventunomila convalescenti, provvedendo al vitto necessario a ciascuno per quattro o cinque giorni e fino a dieci per gli “ultramontani”. Sempre in questo anno, 1575, un’altra importante opera realizzata da Filippo Neri, la Congregazione dell’Oratorio, veniva approvata dal Papa. Essa riuniva sacerdoti e laici che vivevano vita comune nello spirito di famiglia e di fraternità, senza voti, uniti con il solo vincolo della carità espresso da queste massime: “Se vuoi l’obbedienza spontanea, non comandare troppo”. “La nostra regola è l’amore”. La Congregazione perseguiva lo scopo di formare alla cultura spirituale e alla pietà con l’istruzione, i contatti personali, la predicazione, l’amministrazione dei Sacramenti e l’apostolato giovanile. L’ardente parola dei predicatori, la penitenza, l’elemosina, l’istruzione cristiana, la cura degli ammalati e dei poveri furono le particolari caratteristiche di questo Anno Santo e la testimonianza del cambiamento che si andava operando nella cristianità e che dava di Roma un’immagine del tutto nuova.
1600: dodicesimo Giubileo
Papa Clemente VIII pellegrino esemplare
Il Giubileo del 1600, celebrato da papa Clemente VIII, superò -a giudizio degli storici del tempo- ogni altro simile avvenimento, non solo per il concorso straordinario di fedeli, ma soprattutto per le particolari dimostrazioni di devozione di questi.
Al felice esito contribuirono certamente due significativi fatti: i decreti del Concilio di Trento, che continuavano a far sentire il loro influsso sulla vita spirituale di religiosi e laici, e la distensione che, dopo lunghi anni di lotte, l’Europa aveva conseguito grazie anche all’impegno del Pontefice.
Ippolito Aldobrandini, eletto papa nel 1592 con il nome di Clemente VIII, sin dall’inizio del suo pontificato aveva fissato, infatti, la sua attenzione alla soluzione del conflitto tra cattolici e ugonotti che dilaniava la Francia, favorendo le mire egemoniche di Filippo II di Spagna.
La cosiddetta guerra dei tre Enrichi, dopo gli assassinii del cattolico Enrico di Guisa e del re Enrico III, aveva lasciato come unico successore al trono francese Enrico di Navarra, capo degli ugonotti. Questi, da sempre osteggiato dalla Chiesa di Roma, con la sua conversione al cattolicesimo - famosa la frase che gli si attribuisce: “Parigi val bene una messa” - poté essere incoronato re con il nome di Enrico IV ed essere assolto dalla scomunica da Clemente VIII.
Ristabiliti i rapporti tra la Francia e la Santa Sede, nel 1598 si giunse alla pace di Vervins fra Spagna e Francia con la mediazione del Papa. Nello stesso anno con l’editto di Nantes Enrico IV ristabiliva il culto cattolico in tutto il suo regno e riconosceva la libertà di religione agli ugonotti, attuando così la convivenza delle due fedi rivali. Le conseguenze di questa pacificazione furono di grande portata sia in campo politico che religioso.
Decisamente minori e certamente non duraturi furono gli altri successi che Clemente VIII poté riportare sul piano politico ed ecclesiastico. Soprattutto furono deluse le sue aspettative nella lotta contro i Turchi e nel suo proposito di riportare l’Inghilterra in seno alla chiesa cattolica.
Particolarmente intensa fu sotto il suo pontificato l’attività in difesa della fede dell’Inquisizione, che sancì una trentina di condanne alla pena capitale per eresia. La più clamorosa, che offusca la fama di questo Papa, è certamente quella che portò al rogo Giordano Bruno in Campo di Fiori nel febbraio del 1600.
Nell’ultimo scorcio del XVI secolo Roma viveva giorni difficili. Al banditismo diffuso, ai delitti più efferati, agli scandali che coinvolgevano ogni estrazione sociale si aggiungevano calamità naturali terribili: siccità, carestia, pestilenza ed infine la drammatica inondazione del Tevere nel dicembre del 1598. Alla popolazione superstite, che viveva una dolorosa situazione, Clemente VIII volle dare conforto e speranza annunciando l’imminente apertura dell’ Anno Santo.
Con la Bolla Annus Domini Placabilis lo indisse il 19 maggio 1599 e ne fece la solenne promulgazione il 21 seguente nel Portico di San Pietro.
Per questa solennità fu coniata una medaglia nella quale si scorge il Papa in trono tra due cardinali e, su di un pulpito, un prelato che legge la bolla mentre due leviti, dando fiato alle trombe, invitano i fedeli ad accorrere. E questa fu la prima delle numerose medaglie che rappresentano l’espressione più ricca e completa, sia scenografica che religiosa, delle festività di questo Giubileo.
I preparativi cominciarono subito. Il Papa costituì due Congregazioni, ciascuna composta di dodici cardinali: la prima doveva occuparsi della preparazione spirituale ed ecclesiastica, la seconda di quella materiale e logistica.
Il 22 maggio furono spedite lettere d’invito all’imperatore, ai re e ai principi cattolici, e il 30 ottobre fu pubblicato l’invito a tutta la cristianità.
I principi vennero esortati a dimostrarsi generosi verso i pellegrini e a provvedere alla loro sicurezza. Il Papa allestì in novembre una grande casa in Borgo per accogliervi vescovi e sacerdoti poveri dei paesi transalpini e provvide pure a creare asili per il soggiorno di laici bisognosi.
Papa e cardinali sovvennero in modo speciale la benemerita Confraternita della Trinità dei Pellegrini, che in quell’anno ospitò circa trecentomila persone, ed altre congregazioni di carità come quella delle Stimmate di San Francesco, fondata nel 1594.
Furono date severe disposizioni affinché Roma durante il Giubileo portasse l’impronta di somma serietà religiosa e si presentasse in maniera degna del suo ruolo di capitale del Cristianesimo. I divertimenti carnevaleschi furono proibiti mentre ottimi predicatori e buoni confessori vennero inviati in tutte le chiese.
Secondo la tradizione l’Anno Santo avrebbe dovuto avere inizio alla vigilia di Natale, ma a causa di un attacco di gotta il Pontefice fu costretto a differire l’apertura delle Porte Sante al 31 dicembre.
In quell’ultimo mattino del 1599 le campane di San Pietro e di tutte le chiese di Roma squillarono f
Venerdì 7 Marzo 2008 alle
e opere di Guido Suster
A oltre ottant’anni di distanza quello che rimane di Guido Suster è non tanto la sua esperienza politica, quanto piuttosto la sua prodiga opera di amministratore pubblico e la grande mole di scritti che ha lasciato. La sua produzione scientifica e letteraria, piuttosto variegata, si muove sull’asse principale della storiografia trentina, e in particolar modo su quella della Valsugana e del suo paese natale. Il suo eclettismo lo portò a misurarsi anche nella critica letteraria e artistica e nella poesia. Collaborò praticamente con tutte le riviste di approfondimento storico tridentine, dall’amato “Archivio Trentino” a “Tridentum” a “Studi trentini di scienze storiche”. Pur non potendo disporre dei mezzi oggi disponibili, i suoi saggi rappresentano ancora il punto di partenza per chi desideri approfondire vicende e personaggi trentini che difficilmente trovano posto nella storiografia contemporanea. In ciò Suster parte da una posizione di vantaggio importante, avendo potuto attingere direttamente alle fonti che costituiscono il tema dei suoi scritti: gli archivi comunali e il suo personale, dispersi, forse distrutti, durante la Grande Guerra e negli anni successivi.
Bibliografia di Guido Suster
Per la compilazione della bibliografia sono stati consultati i testi seguenti:
Lamberto Cesarini Sforza, G.S., Necrologio e bibliografia, in “Studi Trentini di scienze storiche”, fasc. III, 1930.
Antonio Zanetel, Dizionario biografico di uomini del Trentino sud-orientale, Alcione, Trento 1978.
Danilo Curti, Giuseppe Gorfer, Rodolfo Taiani, Giuliano Tecilla, Protagonisti. I personaggi che hanno fatto il Trentino. Dal Rinascimento al Duemila, S.I.E., Trento 1997.
Remo Pioner (a cura di), Del Castello d’Ivano e del Borgo di Strigno. Notizie storiche di Guido Suster… con qualche aggiunta, Litodelta, Strigno 1992.
Sono state reperite informazioni anche nei seguenti siti web:
Catalogo Bibliografico Trentino, in http://www.trentinocultura.net, consultato il 2 febbraio 2004.
Catalogo in linea della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, in http://www.bncf.firenze.sbn.it, consultato il 2 febbraio 2004.
Circolo Croxarie, in http://www.croxarie.it, consultato il 2 febbraio 2004.
Nel compilare la bibliografia si è tenuto conto anche degli estratti che le diverse riviste con le quali Suster collaborò stampavano a beneficio degli autori. Questi estratti, catalogati come monografie, sono oggi disponibili in diverse biblioteche del Trentino. Gli articoli di rivista sono invece disponibili nelle raccolte conservate presso la Biblioteca comunale di Trento.
I suoi scritti
A Firenze. Carme, Marchetto, Borgo Valsugana 1882. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Ala e Rovereto.
Le biblioteche. Carme, Zanichelli, Bologna 1882. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Arco e Rovereto.
Un cronista trentino del secolo XVI, in “Archivio Trentino”, Anno I, Trento 1882.
Le origini dell’Iacopo Ortis di Ugo Foscolo. Studio critico, Fava e Garagnani, Bologna 1883? Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Museo storico in Trento e nelle biblioteche comunali di Arco e Rovereto e Trento.
Un cronista trentino del secolo XVI. Al dottor Roberto Zanetti giudice questo piccolo lavoro da lui suggerito l’autore d., Marietti, Trento 1883. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Fiera di Primiero, Rovereto e Trento.
Una lettera di Nicolò Tommaseo, in “La Domenica letteraria”, Roma 1883.
I Trentini all’Università di Bologna nei secoli XVI e XVII, in “Archivio Storico per Trieste, l’Istria e il Trentino”, Vol. III, fasc. I, pagg. 99-110, 1884. Disponibile per la consultazione nella biblioteca provinciale dei Padri Cappuccini di Trento e nelle biblioteche comunali di Rovereto e Trento.
Il Petrarca parodiato, in “La Domenica letteraria”, Roma 1884.
Lista dei Vicari della Valsugana inferiore dal 1430 al 1569. Appunti e notizie, in “Archivio Storico per Trieste, l’Istria e il Trentino”, Vol. III, f. 3-4, 1884/1886, pag. 311.
Ai mille di Assab. Canzone, Ceruso, Reggio Calabria 1885. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
L’Eneide di Virgilio, tradotta da Annibal Caro, con note, Napoli 1885.
Del castello d’Ivano e del borgo di Strigno. Notizie storiche, in “Archivio Trentino”, Anno V, fasc. I, pagg. 33-78, 1886.
Del Castello d’Ivano e del Borgo di Strigno. Notizie storiche, Marietti, Trento 1886. Disponibile per la consultazione nella biblioteca comunale di Trento
Roma. Canto, Mantegazza, Roma 1886. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Sull’origine di Jacopo Ortis. Note critiche, in “La domenica del Fracassa”, Anno III, 1886.
Agli eroi di Dogali. Ode, Mantegazza, Roma 1887. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Del pittore Albano Tomaselli di Strigno. Memoria, Zippel, Trento 1887. Disponibile per la consultazione nella Biblioteca Provinciale Padri Cappuccini di Trento, nella Biblioteca del Museo storico in Trento e nelle biblioteche comunali di Rovereto, Strigno e Trento.
La regola di Scurelle (1552), Carabba, Lanciano (CH) 1887. Disponibile per la consultazione nella Biblioteca Provinciale Padri Cappuccini di Trento e nelle biblioteche comunali di Rovereto e Trento.
Retorica greca e latina compendiata ad uso delle scuole classiche, Paravia, Torino 1887.
Satirae Lucilianae ratioque sit Oratio quam in Atheneo Patavino die XII Mense Januarii 1887 Petrus Rosi habuit, in “Rivista storico filos.” (?), Anno XVI, pag. 140, 1887.
Altera quadam scriptura orationis a Maecio Falconio Nicomacho Tacito Augusto habita est, in “Rivista storico filos.” (?), Anno XVII, f. 4-5, pag. 247-254, 1888. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Gli scrittori della storia augustea secondo lo storico Flavio Biondo, 1888? Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Notizia e classificazione dei codici contenenti il Panegirico di Plinio a Traiano, in “Rivista storico filos.” (?), Anno XVII, f. 11-12, pag. 504, 1888.
Notizia e classificazione dei codici contenenti il Panegirico di Plinio a Traiano, Loescher, Torino 1888. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Nuovi emendamenti al Panegirico di Plinio, in “Rivista storico filos.” (?), Anno XVII, f. 4-5, pag. 420, 1888
Il sentimento della gloria nella letteratura romana (saggio), Carabba, Lanciano (CH), 1889. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Arco, Rovereto e Trento.
De Plinio Ciceronis imitatore, Loescher, Torino 1889. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Nuovi emendamenti al Panegirico di Plinio, Loescher, Torino 1889. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Per le faustissime nozze dei signori D.r Luigi Weiss e Ginevra Montel celebrate in Strigno il dì 13 giugno 1889. Lettere inedite di Pietro Selvatico alla memoria del pittore Albano Tomaselli di Strigno, Zippel, Trento 1889. Disponibile per la consultazione nella biblioteca comunale di Trento.
Quaestiuncula Plautina, 1889? Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Miscellanea critica, 1890? Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Studi sul Panegirico di Plinio. I codici, il testo, l’imitazione, estratto dal Rendiconto solenne dell’adunanza dell’Accademia dei Lincei, 1892.
Le origini del volgare di Valsugana bassa in documenti latini dei secoli XIII e XIV, in “Tridentum”, Anno III, fasc. II, III, IV,1900.
Le origini del volgare di Valsugana bassa. In documenti latini dei secoli XIII e XIV, STET, Trento 1900. Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Museo tridentino di scienze naturali di Trento e nelle biblioteche comunali di Ala, Grigno, Rovereto e Trento.
Contributo alla cartografia trentina. Antica carta geografica di Valsugana Bassa, in “Tridentum”, fasc. II, pagg. 49-60, Trento 1901.
Contributo alla cartografia trentina. Antica carta geografica di Valsugana Bassa, Küpper-Fronza, Trento 1901. Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Museo tridentino di scienze naturali di Trento e nella biblioteca comunale di Rovereto.
Delle due Curtes trentine Navium e Sagum dell’anno 888. Nuova interpretazione storica con appendice, in “Archivio Trentino”, Anno XVI, fasc. I, pagg. 13-33, 1901.
Delle due Curtes trentine Navium e Sagum dell’anno 888. Nuova interpretazione storica con appendice, Zippel, Trento 1901. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Giulio Rizzoli, Notizie storiche di Primiero, Zanuzzi, Feltre 1900 [recensione], in “Archivio Trentino”, Anno XVI, fasc. I, pagg. 126-127, 1901.
Di Antonio da Trento e dei suoi chiaroscuri, in “Archivio Trentino”, Anno XVII, fasc. I, pagg. 5-32, 1902.
Di Antonio da Trento e dei suoi chiaroscuri, Zippel, Trento 1902.
Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Dell’incisore trentino Aliprando Caprioli, in “Archivio Trentino”, Anno XVIII, fasc. II, pagg. 144-206, 1903.
Dell’incisore trentino Aliprando Caprioli, Zippel, Trento 1903. Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Castello del Buonconsiglio di Trento, nella biblioteca dell’Archivio di Stato di Trento e nelle biblioteche comunali di Arco, Rovereto e Trento.
Di Giuseppe Nicolò da Vicenza, incisore del secolo XVI, erroneamente creduto di Trento, in “Tridentum”, Anno VI, fasc. II, pagg. 64-67, 1903.
Di Giuseppe Nicolò da Vicenza incisore del sec. XVI, erroneamente creduto di Trento, STET, Trento 1903. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Degli Ebrei, pretesi uccisori del Beato Simone, in “Alto Adige”, 17-18 gennaio 1904.
Prof. Filippo Largaiolli, Bibliografia del Trentino (1475-1903) [Recensione], in “Atti dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, Anno CLIV, Serie II, Vol. X, fasc. III-IV, pagg. 253-255, 1904.
Francesco di Castellalto (1480?-1554), in “Archivio Trentino”, Anno XX, 1905.
Francesco di Castellalto, Zippel, Trento 1905. Disponibile per la consultazione nella biblioteca comunale di Trento.
Il Trentino pel forestiere, in “Strenna dell’Alto Adige”, pag. 34, 1905.
Schizzo storico, 1905? Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Bricciche di storia trentino-veneta. Comunicazione del s. prof. G. Suster (adunanza del 4 marzo 1906). Disponibile per la consultazione nella biblioteca comunale di Trento.
Bricciche di storia trentino-veneta, in “Atti dell’Accademia scientifica veneto-trentino-istriana”, Anno III-IV, Padova 1906-1907. Disponibile per la consultazione nella biblioteca provinciale dei Padri Cappuccini di Trento e nelle biblioteche comunali di Arco e Trento.
La politica. Poemetto, Zippel, Trento 1907.
Rapporti personali e politici dei Signori di Castelrotto coi Carraresi di Padova, in “Atti dell’Accademia scientifica veneto-trentino-istriana”, Anno III-IV, Padova 1906-1907.
Gli Italiani alle antiche fiere di Bolzano, in “Archivio per l’Alto Adige”, Anno III, fasc. IV, pagg. 454-460, 1908.
Gli italiani alle antiche fiere di Bolzano, Zippel, Trento 1909. Disponibile per la consultazione nella biblioteca provinciale dei Padri Cappuccini di Trento.
Quando e da chi fu fondato il principato di Trento, in “Archivio per l’Alto Adige”, Anno IV, fasc. III-IV, pagg. 331-367, 1909.
Quando e da chi fu fondato il Principato di Trento, Zippel, Trento 1909. Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Castello del Buonconsiglio di Trento, nella biblioteca provinciale dei Padri Cappuccini di Trento e nelle biblioteche comunali di Rovereto e Trento.
Ancora del presunto diploma corradiano, in “Archivio per l’Alto Adige”, Anno V, pag. 158, 1910.
Ancora del presunto Diploma Corradiano, Zippel, Trento 1910. Disponibile per la consultazione nella biblioteca provinciale dei Padri Cappuccini di Trento, nella biblioteca del Castello del Buonconsiglio di Trento e nelle biblioteche comunali di Rovereto e Trento.
Relazione d’un viaggio fattosi attraverso il Trentino nel 1517, in “Archivio Trentino”, Anno XXV, fasc. II-III, pagg. 149-153, 1910.
Trento in un pronostico del 1493, in “Archivio Trentino”, Anno XXVI, fasc. I, pagg. 57-59, 1911.
Antichi fatti di cronaca trentina, in “Archivio Trentino”, Anno XXVII, fasc. I-II, pagg. 20-44, 1912.
Antichi fatti di cronaca trentina, 1912. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Arco e Fiera di Primiero.
Della Chiarentana dantesta e della sua vera lezione, in “L’Adige”, 7-8 dicembre 1912.
Per la cronaca antica di Bressanone e di Brunico. Comunicazione, in “Archivio per l’Alto Adige”, Anno VII, fasc. I, pagg. 119-121, 1912.
Per la biografia del Cardinale Bernardo Clesio, in “Archivio Trentino”, Anno XXVII, fasc. IV, pagg. 240-242, 1912.
Antichi festeggiamenti italiani a Bolzano, in “Archivio per l’Alto Adige”, Anno VIII, fasc. IV, pagg. 208-210, 1913.
La battaglia di Costantino contro Massenzio, incisa da un trentino, in “Alto Adige”, 6-7 dicembre 1913.
Per la morte di Nicola II di Russia (nel sessagesimo della sua fucilazione) ode, Tipografia Giuntina, Firenze 1918. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
A Gabriele D’Annunzio nel I° anniversario del suo volo su Vienna, il Municipio di Strigno. Ode, Barbera, Firenze 1919.
Per le auspicatissime nozze di Cornelia Suster e Michele Bicocchi. Firenze, 3 dicembre 1919, 1919? Disponibile per la consultazione nella biblioteca comunale di Trento.
Per l’abdicazione di Guglielmo II. IX novembre MXMXVIII. Ode, Scotoni e Vitti, Trento 1920. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Arco e Trento.
Trieste. Coro dei bambini di Valsugana Bassa, ode in appendice a “I bambini del Trentino” di Ottone Brentari, Associazione Liberale, Milano 1920.
Ai fratelli d’Italia. Inno di pacificazione, Scotoni e Vitti, Trento 1924. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Arco e Rovereto.
Per il martirio di Cesare Battisti. Sonetto, Scotoni e Vitti, Trento 1924.
Per il martirio di Fabio Filzi. Sonetto, Scotoni e Vitti, Trento 1924.
Ancora della fondazione del Principato ecclesiastico di Trento, in “Studi Trentini di scienze storiche”, Anno VI, fasc. IV, pagg. 298-306, 1925.
Ancora della fondazione del principato ecclesiastico di Trento, Scotoni, Trento 1925. Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Castello del Buonconsiglio di Trento e nella biblioteca comunale di Trento.
Di una incisione dedicata ad Alessandro Vittoria, in “Studi Trentini di scienze storiche”, Anno VI, fasc. III, pagg. 244-266, 1925.
Di un’insigne incisore trentino quasi totalmente a noi sconosciuto, in “Studi Trentini di scienze storiche”, Anno VI, 1925.
Di un insigne incisore trentino quasi totalmente a noi sconosciuto, 1925. Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Castello del Buonconsiglio di Trento e nelle biblioteche comunali di Arco e Trento.
Il giubileo dell’anno 1575 iconografato da un incisore trentino, in “Tridentum”, Trento 1925.
All’eroico colonnello Umberto Nobile per la magnifica sua transvolata polare. Ode, Scotoni, Trento 1926. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Arco, Rovereto e Trento.
Della Prima Marca Tridentina nell’888, 1926. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Arco e Trento.
Delizie sociali. Poema satirico in otto quadri, con prologo, Scotoni, Trento 1927. Disponibile per la consultazione nella biblioteca del Castello del Buonconsiglio di Trento, nella biblioteca provinciale dei Padri Cappuccini di Trento, nella biblioteca del Museo Storico in Trento, nella biblioteca dell’Istituto Trentino di Cultura di Trento e nelle biblioteche comunali di Arco, Rovereto e Trento.
Opere senza data
Invito ad un’opera di patria beneficenza, Liviana, Padova. Disponibile per la consultazione nella biblioteca comunale di Trento.
Nelle auspicatissime nozze Suster-Weiss, Baseggio, Bassano del Grappa. Disponibile per la consultazione nella biblioteca civica di Rovereto.
Riedizioni di opere di Guido Suster
Studenti trentini all’Università di Bologna (dal 1200 al 1700), Centro culturale Fratelli Bronzetti, Trento 1989. Disponibile per la consultazione nella biblioteca provinciale dei Padri Cappuccini di Trento, nella biblioteca Diocesana tridentina e nella biblioteca comunale di Trento
Remo Pioner (a cura di), Del Castello d’Ivano e del Borgo di Strigno. Notizie storiche di Guido Suster… con qualche aggiunta, Litodelta, Strigno 1992. Disponibile per la consultazione nelle biblioteche comunali di Borgo Valsugana, Grigno e Strigno.
Tratto da: Guido Suster. Alla benevolenza del lettore, Scritti Scelti a cura di Attilio Pedenzini e Vito Bortondello, Croxarie, Strigno 2004.
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 11 giugno 2007 )
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Venerdì 7 Marzo 2008 alle
MARIA SIMMA
LE ANIME DEL PURGATORIO MI HANNO DETTO…
Prefazione
L’editore Arnold Cuillet della Christiana Verlag, a commento della prima edizione del libro di Maria Simma, aveva preposto le note seguenti che si ritiene utile riprodurre nell’interesse dei lettori e ad integra zione di un documento ormai storico di notevole inte resse per chi segue fenomeni che riconducono a consi derare valori importanti della tradizione cattolica. Tanti hanno ascoltato i commenti della nonna sul purgatorio e sull’importanza del giusto suffragio ai defunti. Non è solo una devozione o un ricordo, o un rito di novembre. E’ parte integrante del grandioso progetto di Cristo del corpo mistico della Chiesa uni versale. Il consumismo, con le sue idolatrie della materia, rischia di distruggere il patrimonio di pietà così tipico dei nostri territori transalpini, alpini e subalpini. Se così avvenisse, attorno ai nostri cimiteri non restereb bero a conforto altro che i cipressi e gli annuali fiori novembrini. Invece ci vuole la pietà e l’amore che Cristo ci ha insegnato.
La credibilità di Maria Simma
Il libro di Maria Simma Le anime del purgatorio mi hanno detto… fu fortementc attaccato su alcuni giornali, e ciò mi costringe, come editore, alla seguente presa di posizione. Prima di decidere di far stampare il libro volli appurare ogni cosa con cura. Mi recai nel paese dove abita Maria Simma, a Sonntag, nel Gros sen Walsertal, dove ebbi un lungo colloquio con il suo direttore spirituale, il parroco Alfonso Matt. Egli mi diede il diritto di stampare, in forma succinta, il suo rapporto, che aveva indirizzato al vescovo competente, su Maria Simma. Ci fu possibile far eseguire fotocopie (per il nostro archivio editoriale) della perizia di sei pagine con il test psicologico completo del dot tor Ewalt Bò”hm, che fu eseguito per incarico di un professore di teologia di Innsbruck. E’ importante notare che in questa perizia su Ma ria Simma non si parla affatto di isterismo e di psicopatia. Nel mio viaggio a Sonntag ebbi occa sione anche di parlare con i compaesani della Simma e visitai la nuova cappella, meta di pelle grinaggi. In breve, per me si tratta unicamente di una domanda: Maria Simma è una persona a cui bisogna prestar fede? Se i fatti descritti nel libro sono veri, allora io intravedo in essi, per così dire, delle “credenziali divine”, ciò che rende il suo carisma qualcosa di soprannaturale (cioè qualcosa di più, per esempio, della telepa tia) e di conseguenza rende le sue esperienze credibili.
I controlli confermano la veridicità
Nel rapporto del parroco Alfonso Matt si dice: “Esiste un certo controllo quando si prova la veridicità dei messaggi che Maria Simma deve dare ai parenti dei morti, per quanto riguarda le anime del purgatorio. Nella maggior parte dei casi ella non conosceva le persone che si rivolgevano a lei. [Nel rapporto al vescovo suf fraganeo Tschann a Feldkirch, segue, secondo il suo desiderio, una lunga fila di nomi di morti]. Io ho inviato i messaggi, per la massima parte alle parrocchie, affinché fossero esaminati, con la preghiera di trasmettere l’incarico nel caso che i dati fossero esatti. Nei casi sottolineati ebbi la risposta che i dati erano esatti”. Già adesso prego gli eventuali critici di astener si da tutte le speculazioni e motti pubblicitari e di limitarsi anzitutto alla prova di autenticità o di non autenticità; e ciò in base ai fatti descritti nel libro. Tutto il resto si rivela da sé. Già oggi dichiaro apertamente che ritirerei su bito il libro dal commercio se fosse validamente provato che Maria Simma ed il suo direttore spirituale ci hanno ingannati e che i fatti de scritti nel libro sono solo finzione. In dozzine di villaggi ci sono centinaia di testimoni. Dall’inizio abbiamo coscientemente scoperto tutte le carte, abbiamo presentato Maria Simma con nomi, luogo di residenza, cenni biografici e fotografie, in modo che tutti coloro che vogliono provare il caso con intenzioni oneste abbiano la possibilità di ricerca (esattamente come a Lour des, nell’ufficio internazionale medico, dove o gnuno si può orientare sui miracoli non spie gabili scientificamente). La casa editrice è pure disposta, nel limite del possibile, a dare ai criti ci seri anche altri dati e documenti. Il libro di Maria Simma non fu scritto per sod disfare curiosità sensazionali, ma come un libro di devozione, per mettere a contatto il lettore con la realtà di un luogo di purificazione, e per ricordargli che egli è in obbligo di pregare per i morti.
Il Concilio e le rivelazioni private
Quando Dio concede un carisma, non lo fa per un piacere privato. Un fratel Nicolao non pensò certamente che le sue visioni sulla Santissima Trinità gli fossero concesse solo a titolo di edifi cazione personale, e una Giovanna d’Arco di Lothringen non sentì le “voci” per divertimento personale, ma per la salvezza di tutto il paese. Nessun cattolico è tenuto a credere alle rivela zioni private, ma si deve ammettere che nella Chiesa ci furono e ci sono delle rivelazioni private. Dal tempo di san Francesco ci furono, attraverso la letteratura, più di trecento casi di stigmatizzazione. Molte cose nella nostra Chiesa risalgono alle rivelazioni private: la processione del Corpus Domini, la venerazione del Cuore di Gesù, il Rosario, Lourdes, eccetera. Non è ne cessario che ce ne vergognamo. Perché oggidì Dio non può distribuire generosamente i doni carismatici di cui parla dettagliatamente san Paolo? Il Concilio Vaticano Il dice a proposito di questi doni: “Tali doni della Grazia devono essere accettati con riconoscenza e consolazione, in modo che si confacciano specialmente ai biso gni della Chiesa e le siano utili. Ma non si deve aspirare alla leggera a doni fuori del comune. Non si devono pure aspettare da loro dei frutti presuntuosi per l’attività apostolica. Il giudizio sulla loro autenticità ed il loro buon uso sta a quelli che sono alla direzione della Chiesa, ed a loro, in special modo, spetta l’obbligo di non spegnere lo spirito, ma di provar tutto e di rite nere solo ciò che è buono” (Costituzione sulla Chiesa - 12). Alfonso Matt scrive: “Ciò che Maria Simma ha saputo riguardo alle anime del purgatorio, sui bisogni, i pericoli ed i mezzi del tempo presente, ciò che ha sperimentato nelle ore più dolorose e ciò che ha visto come consolazione, è pienamente concorde all’insegnamento della fede sul la giustizia e misericordia di Dio, all’insegna mento sul purgatorio ed alle nozioni ed espe rienze dell’autorità ecclesiastica”. Perché allora questa suscettibilità, dato che i fenomeni delle apparizioni delle anime non sono nuovi alla Chiesa? A questo proposito e e una ricca letteratura anche ai nostri giorni. Anche san Giovanni Bosco di Torino (1815-1888) spe rimentò con altri venti seminaristi l’apparizione di un amico morto che produsse in tutti loro un impressione spaventosa ed incancellabile. (V. L. von Matt, Don Bosco, S.64-65, “NZN” casa editrice, Zurigo). Anche la famosa santa Margherita Maria Ala coque descrive nella sua autobiografia (edizione 1920, pag. 98) un’apparizione di un monaco be nedettino morto. Il fatto che le anime dei morti possano apparire ai viventi è categoricamente affermato nel Nuo vo Testamento: Matteo (27, 52-54) descrive co me dopo la resurrezione di Cristo le anime dei morti apparvero a molti uomini.
La figura chiave
In uno scritto del vicario generale vescovile di Feldkirch si dice di P. Alfonso Matt: “Lo stesso parroco è un prete integerrimo ed esemplare che non ha in sé nulla dell’esaltato. Con i suoi 77 anni è un venerando sacerdote”. La mia schietta opinione personale è la seguen te: ammettendo che Maria Simma sia autenti ca”, perché allora non si crede al P. Alfonso Matt, se è un prete esemplare ed integro e se, nel caso Simma, rappresenta il testimonio prin cipale e la figura chiave? Ammettendo che Maria Simma non sia autenti ca”, allora il P. Alfonso Matt sarebbe caduto nella trappola d’una ciarlatana e non possede rebbe, malgrado la consuetudine pluridecenna le, il dono di leggere nelle anime. Sarebbe in questo caso un prete esemplare ed integro? Nessuno si aspetta che il vescovo di Feldkirch riconosca ufficialmente Maria Simma fintantoché è ancora in vita; ciò contraddirebbe la prassi ecclesiastica che in tali casi si attiene al consiglio di Gamaliele (v. Atti degli Apostoli 5, 34-40) là dove non esiste un in