Giovedì 14 Febbraio 2008...
Drakula, cha - cha - cha.
Henri Salvador PARIGI - Voce di velluto e risata fragorosa, senso dell’umorismo sfrontato e presenza scenica formidabile: era questo e molto altro ancora Henri Salvador, il cantante francese morto oggi a Parigi all’età di novant’anni. “Monumento” del soft jazz e della bossa nova, Salvador è stato un mattatore assoluto, entertainer capace di fare tutto: ballare, raccontare storielle, inventare giochi di prestigio, sparare gag a raffica e, ovviamente, cantare. In quel modo lieve da chansonnier di gran classe. Come aveva imparato dai suoi idoli di sempre, Nat King Cole e Frank Sinatra prima di tutto. “Io non canto, sospiro - aveva detto in un’intervista all’Associated Press, nel 2006 - e quando sospiri nel microfono, solo così puoi trasmettere sentimenti veri”. GUARDA LE FOTO ”Monsieur Salvador”, come era soprannominato, è stato attivo sulle scene dagli anni Trenta fino ai giorni nostri (con la casa discografica Polydor avrebbe dovuto incidere un nuovo album quest’anno), ed è stato un personaggio chiave della musica francese e internazionale con oltre una trentina di album: le sue canzoni più popolari, da Syracuse a Une chanson douce, sono state cantate da generazioni di giovani francesi. E’ stato il primo cantante di rock’n'roll in Francia nonché l’ispiratore della bossa nova brasiliana. Classe 1917, Henri Gabriel Salvador nasce a Cayenne, nella Guyana francese, ma si trasferisce in Francia con la sua famiglia nel 1929. Dal 1941 al 1945 fa parte dell’orchestra di Ray Ventura e partecipa a un tour nell’America del Sud. Oltre al talento come cantante e chitarrista, il giovane Henri dimostra anche una notevole vena comica: uno dei suoi cavalli di battaglia è l’imitazione di Popeye, con la quale riscuote grande successo in radio e in tv. Intanto frequenta teatri e club come compositore, e si fa notare per la fantasia visionaria dei suoi testi.
A metà degli anni Cinquanta si afferma definitivamente come cantante. Nel 1956, con lo pseudonimo di Henry Cording, è il primo interprete di rock’n'roll in Francia, con pezzi scritti da Boris Vian e composti da Michel Legrand. Da chitarrista, incide un 45 giri jazz intitolato Salvador Plays the Blues. E’ stato inoltre paroliere di numerosi artisti, in particoloare Regine e Sheila, due cantanti francesi molto popolari in patria, e ha portato al successo altri artisti francesi come Keren Ann e Art Mengo. A metà degli anni Settanta, Salvador decide di lasciare le scene. Tornerà a esibirsi solo vent’anni dopo, nel 1996. Le ballate del suo ultimo album, Reverence, registrato tra Parigi, New York e Rio nel 2006, sono un omaggio ai ritmi del Brasile ma anche un ricordo affettuoso dell’amico Ray Charles. Per Reverence, Salvador si circonda del meglio dei musicisti e cantanti brasiliani, da Gilberto Gil a Caetano Veloso al pianista Joao Donato. Nel 2005 Henri Salvador è stato decorato a Brasilia con l’Ordine d’onore al merito culturale dal ministro della Cultura brasiliano Gilberto Gil, alla presenza del presidente Luiz Inacio Lula da Silva, per il suo contributo alla diffusione della cultura di quel Paese, in particolare per aver ispirato la bossa. In Francia, Salvador è stato insignito dei titoli di comandante della Legione d’onore e dell’Ordine nazionale del merito. Riconoscimenti prestigiosi per un artista che si curava poco di restare nella Storia. “Non mi interessa - aveva detto in un’intervista - quando noi scompariamo, il mondo continua a girare. Noi non siamo nulla”. (13 febbraio 2008)
L’artista francese è morto a Parigi. Aveva novant’anniE’ stato un “monumento” del jazz e della bossa nova
Addio a Henri Salvadorsi spegne la voce di velluto
In un’intervista aveva detto: “Io non canto, sussurrosolo sussurrando al microfono puoi trasmettere emozioni”




9 Commenti
Giovedì 14 Febbraio 2008 alle
http://it.music.yahoo.com/release/23066016
Giovedì 14 Febbraio 2008 alle
Socrate riteneva importante il sapere di non sapere. E’ una delle due cose che Socrate ha in comune con noi: la ricerca costante (l’altra è la passione per la pizza: invitiamo al pizza-party tutti i fumatori in trattamento). Ogni mese indaghiamo su quanto e come in Italia e nel mondo si faccia per vivere meglio. Senza tabacco ovviamente.
Giovedì 14 Febbraio 2008 alle
http://www.feltrinellieditore.it/
Giovedì 14 Febbraio 2008 alle
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Lémonon, Jean Pierre
Il mondo dove visse Gesu, Vol. 3: Il culto nella societa giudaica / Abadie, Massonnet. -
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1: Sacerdoti cattolici - Teologia pastorale
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Giuseppe Scarpat ; con una nota storica di Giulio Firpo. - Brescia : Paideia, [2006]. - 446
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(Biblica ; 9)
1: Bibbia. Vecchio Testamento - Apocrifi - Maccabei. 4.
I: Scarpat, Giuseppe
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Atlas des peuples d’Afrique / Jean Sellier ; cartographie Bertrand de Brun, Anne Le Fur. -
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Testaferri ; prefazione di Cornelio Dotolo. - Assisi : Cittadella, 2006. - 224 p. ; 21 cm.
(Teologia. Saggi)
1: Gesu Cristo - Concezione giudaica
G 15 C
Tremblay, Réal
Ma io vi dico … : l’agire eccellente specifico della morale cristiana / Réal Tremblay. -
Bologna : EDB, [2005]. - 214 p ; 21 cm.
(Etica teologica oggi ; 40)
1: Morale cristiana
2: Teologia morale fondamentale
SS 3
Uberti, Maria Luisa
Introduzione alla storia del Vicino Oriente antico / Maria Luisa Uberti. - Bologna : Il Mulino,
[2005]. - 165 p. : ill. ; 21 cm.
(Itinerari. Storia)
1: Medio Oriente - Storia - Antichità
7
Giovedì 14 Febbraio 2008 alle
La Strage di Via RASELLA:
un atto “eroico”
Nella ricorrenza del venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento, avvenuta a Milano il 23 marzo 1919, un gruppo del movimento clandestino di resistenza romano preparò e attuò un temerario attentato contro i tedeschi, che ebbe tragiche conseguenze di sangue per la popolazione romana e scosse profondamente la coscienza nazionale.
Il 23 marzo 1944 alle ore 15 circa, nell’interno della città aperta di Roma, in pieno centro storico, in via Rasella, all’altezza di palazzo Tittoni, mentre passava un reparto di 156 uomini della 11a Compagnia del Reggimento “Bozen”, (riservisti Altoatesini) comandato dal maggiore Helmut Dobbrick - che da quindici giorni era solito percorrere quella strada per rientrare in caserma dopo le esercitazioni - scoppiava una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro.
La tremenda esplosione causò la morte di trentatrè militari tedeschi e di sei civili italiani tra cui un bambino di dieci anni
Subito dopo lo scoppio una squadra di appoggio, che sostava tra via del Boccaccio e via del Traforo, lanciava delle bombe a mano contro la coda del reparto per disorientare i militari e quindi si dileguava verso via dei Giardini allontanandosi rapidamente dalla zona.
Gli “eroi” di questa operazione:
Rosario Bentivegna
Franco Calamandrei
Carla Capponi
Carlo Salinari
Pasquale Balsamo
Guglielmo Blasi
Francesco Cureli
Raoul Falciani
Silvio Serra
Fernando Vitagliano
Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, trasportò la bomba con la carretta; Franco Calamandrei, si tolse il berretto per indicare a Bentivegna che il reparto aveva imboccato via Rasella e che la miccia per l’esplosione doveva essere accesa; Carla Capponi, aspettava Bentivegna all’angolo di via delle Quattro Fontane; e poi Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Guglielmo Blasi, Francesco Cureli, Raoul Falciani, Silvio Serra e Fernando Vitagliano, tutti responsabili del glorioso e pluridecorato atto eroico. Altro che atto eroico, questo è stato un atto criminale bello e buono!
Questi giovani (tra i 20 e i 27 anni) facevano parte di uno dei tanti gruppi denominati di Azione Patriottica (GAP) e dipendevano dalla Giunta militare, emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), di cui erano responsabili: Giorgio Amendola (comunista), Riccardo Bauer (azionista) e Sandro Pertini (socialista). L’ordine di eseguire l’imboscata di via Rasella, preparata nei minimi particolari da Carlo Salinari, fu dato dai responsabili della Giunta militare. Successivamente Bauer e Pertini dichiararono di non essere stati preventivamente informati e che l’ordine venne dato da Amendola a loro insaputa. Amendola stesso, qualche tempo dopo, confermò la versione, rivendicando a se stesso la responsabilità di aver dato ai “gappisti” l’ordine operativo per l’attentato.
La sera del 26 marzo i giornali pubblicarono il testo del comunicato ufficiale germanico. In uno stile freddo, burocratico, la cittadinanza romana viene a sapere che:
“Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Il Comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati: quest’ordine è stato eseguito”.
Processo Kappler. Tribunale Militare di Roma, 20 luglio 1948.
Momento drammatico di alta tensione in aula quando, nel corso dell’udienza, esce dal pubblico una voce straziante di donna che investe violentemente Rosario Bentivegna presente in aula in qualità di testimone: “Assassino, codardo! Ho la mia creatura alle Fosse Ardeatine, perché non ti sei presentato, vigliacco?”. È un’invettiva che esce dal cuore lacerato di una madre. Scottante, crudele. Essa pone il problema morale della guerriglia e solleva un dubbio atroce: si poteva evitare la rappresaglia dei tedeschi? In altre parole, se i responsabili materiali dell’attentato si fossero presentati, il Comando tedesco avrebbe ugualmente deciso la rappresaglia?
Il presidente del Tribunale, gen. Euclide Fantoni, pone la domanda a uno dei protagonisti presenti, Rosario Bentivegna, appunto. Il teste risponde che la presentazione degli attentatori non fu esplicitamente richiesta dai tedeschi. “Se ci fosse stata - afferma - mi sarei presentato”. E aggiunge: “la colonna tedesca costituiva un obiettivo militare. Facevano rastrellamenti e operavano arresti. Erano soldati. Ho avuto l’ordine di attaccarli e li ho attaccati”.
“No, - ribatte Kappler - l’eccidio avrebbe potuto essere evitato se si fosse presentato l’attentatore o se fosse venuta un’offerta della popolazione. D’altra parte, da mesi erano affissi manifesti per gli attentati con l’indicazione della rappresaglia da uno a dieci”.
“No, - dice l’accusa - i manifesti di cui parla l’imputato Kappler erano stati affissi due mesi prima e lasciati esposti per soli due giorni”.
Il punto da chiarire, quindi, non era tanto quello di sapere se la rappresaglia ci sarebbe stata oppure no. Era noto alle autorità politiche e amministrative, e a larga parte della popolazione, che ad ogni attentato le rappresaglie c’erano sempre, puntualmente. Quello che bisognava appurare era se un avviso, un comunicato fosse stato diramato dal Comando tedesco agli esecutori dell’attentato per invitarli a presentarsi onde evitare una strage di persone innocenti. Come abbiamo visto dagli atti del processo, Bentivegna lo esclude.
In una lettera al settimanale “Panorama” del 28 marzo 1974, un testimone afferma: “Senza voler entrare nella polemica sulle responsabilità della strage delle Fosse Ardeatine, desidero testimoniare che la sera prima dell’attentato di via Rasella è stato affisso sui muri di Roma, e io l’ho letto, un manifesto preannunciante che il Comando tedesco avrebbe fatto uccidere dieci «comunisti badogliani» per ogni militare tedesco morto” .
In una intervista Bentivegna dichiara: “Non credo che se mi fossi costituito la rappresaglia non sarebbe avvenuta…
I testimoni dell’attentato raccontano:
“Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati. L’attentato di via Rasella non ha nulla di glorioso”.
Rosario Bentivegna, autore dell’attentato di via Rasella, addirittura decorato di medaglia d’argento per la sua gloriosa fuga, oggi docente di medicina del lavoro, non esita a dichiarare che rifarebbe tutto.
Perchè i vigliacchi attentatori rimasero nascosti nell’ombra nonostante sapessero cosa sarebbe successo a persone innocenti?
Perchè hanno permesso che pagassero altri la loro eroica vigliaccata?
Processo al Feldmaresciallo Kesserling - parla il Magistrato inglese che lo assolse dalle accuse relative alla rappresaglia delle Ardeatine:
“Ciò che il Feldmaresciallo Kesserling doveva affrontare, non era uno stato
organizzato, MA ALCUNE PERSONE IRRESPONSABILI con le quali non poteva
negoziare, persone con le quali non poteva accordarsi e ai cui capi non
poteva dire: signori, controllate i vostri uomini. Di conseguenza, se ci
sono mai state delle circostanze in cui era necessario ricorrere alla
rappresaglia dopo l’avere invano ricercato i colpevoli, quelle che ho
descritto sono proprio le circostanze IN CUI LA RAPPRESAGLIA E’ COSA
APPROPRIATA. E non esprimo queste considerazioni solo da soldato, in quanto
esse nascono soprattutto dal buon senso (.).
LE RAPPRESAGLIE SONO AMMISSIBILI COME INDISPENSABILE MEZZO PER ASSICURARE
CHE LA GUERRA RIMANGA NELLA LEGITTIMITA’. Il semplice fatto che esse siano
previste in caso di violazioni della legge di guerra agisce ampiamente come
deterrente. Le rappresaglie non sono mezzi di punizione o di arbitraria
vendetta, ma sono strumenti di coercizione. E PROPRIO perché INFLIGGONO
SOFFERENZE A PERSONE INNOCENTI LE RAPPRESAGLIE HANNO FORZA COERCITIVA E SONO
INDISPENSABILI COME ULTIMA RISORSA. Atti illegittimi possono essere commessi
da persone che è impossibile arrestare e punire. E CIO’ E’ QUANTO ACCADDE A
ROMA. LA RAPPRESAGLIA ANDAVA ESEGUITA ED ANDAVA ESEGUITA VELOCEMENTE,
ALTRIMENTI SAREBBE STATA INUTILE DAL PUNTO DI VISTA MILITARE. Un crimine di
guerra è una deliberata violazione delle leggi di guerra: PERTANTO UNA
RAPPRESAGLIA, COME PREVISTA DAL DIRITTO INTERNAZIONALE, NON PUO’ ESSERE
CONSIDERATA UN CRIMINE DI GUERRA”.
SALVO D’ACQUISTO: UN VERO EROE NAZIONALE!
Avendo i tedeschi catturato ventidue ostaggi per consumare su di essi la rappresaglia in seguito allo scoppio di una bomba nella locale caserma, il vicebrigadiere dei Carabinieri, Salvo d’Acquisto, con grande eroismo e coraggio si presentò al Comando tedesco dichiarandosi, sebbene innocente, autore dell’attentato. Venne fucilato, ma col suo sacrificio salvò la vita di ventidue innocenti che stavano per essere fucilati;
medaglia d’oro al valor militare.
FIESOLE (FI) agosto 1944
I carabinieri:
Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti,
della locale stazione, per salvare le vite di dieci innocenti ostaggi si presentarono ai nazisti che li fucilarono immediatamente contro un muro dell’albergo Aurora;
medaglie d’oro al valor militare.
Come mai vengono ricordate le vigliaccate compiute dai partigiani e non gli atti eroici dei veri patrioti?
LA GIUSTIFICAZIONE AD UN ATTO DEPLOREVOLE
“Corriere della sera” del 25 marzo 1994:
“L’agguato di via Rasella è stato quindi un vero e proprio atto di guerra, coraggioso e ben condotto”, concludendo “Nessun soldato ha mai dovuto provare la necessità di espiare per le morti seminate in battaglia”:
Ma quale macroscopica mistificazione, quale vera presa in giro è mai questa?
Soldato è quello in divisa, è quello che si riconosce e in battaglia si trova di fronte a un soldato nemico a sua volta in divisa, e i due sono uno contro l’altro, cioè tu cerchi di prevalere su di me ed io cerco di fare altrettanto su di te.
Il partigiano assassino invece è in abiti borghesi e ti ammazza perché tu non sai che è un assassino, altro che “morti seminate in battaglia”!
Oggi, l’attentato di Via Rasella, viene visto come un Atto Eroico dovuto e necessario.
Gli esecutori, vengono ricordati come salvatori della patria e coraggiosi patrioti!
Gli stessi “coraggiosi patrioti” che rimasero nascosti nell’ombra e mandarono a morire 335 persone innocenti al loro posto!!
Quando la Morte arriva cantando: “BANDIERA ROSSA”.
Vittime del “Triangolo della Morte”
Bologna, Ferrara, Modena, Reggio Emilia
Elenco provvisorio delle vittime della politica della strage operata dai partigiani comunisti in un periodo
compreso tra il 19 settembre 1943 ed il 4 giugno 1949.
I nominativi si riferiscono agli omicidi commessi durante le Radiose Giornate della Resistenza nel “Triangolo della Morte” ossia nelle province di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia. La località indicata accanto a ciascun nome corrisponde, in linea di massima, alla zona dell’uccisione. Dove non è stato possibile individuarla, si è indicato il luogo del prelevamento e, dove non è stato possibile individuare nemmeno questo, è stato indicato il luogo di residenza. Nel marzo 1991, in seguito ad una segnalazione anonima, è stata scoperta a Campagnola (RE) una delle tante fosse comuni scavate dai partigiani e riempite con i resti di persone assassinate durante e dopo la fine della guerra. Quel ritrovamento, grazie anche al processo di revisione storica e culturale innescato dal crollo del comunismo su scala mondiale, ha riaperto in Italia la questione (in realtà mai affrontata fino in fondo perchè coperta dal falso mito della Resistenza) degli italiani uccisi durante la guerra civile a causa della “Giustizia Proletaria” attuata dalle squadre della morte partigiane. Dietro ogni nominativo di questo elenco si nasconde una storia atroce fatta di soprusi, torture, violenze ed omicidi tra i più efferati. Non un Primo Levi ricorda queste atrocità; nessuna di queste storie compare su di un qualche “Diario di Anna Frank”, non una strada è stata a loro dedicata. Un terrore palpabile, la barbarie, l’odore di sangue e di morte che appesta l’aria, la violenza fine a se stessa; questa è stata la vera essenza della Resistenza. Questo si commemora il 25 aprile.
Fabio GALANTE
“Triangolo della Morte”
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I Borbone Parma Gran Maestri del Sacro Angelico Imperiale
Ordine Costantiniano di San Giorgio
Da oltre tre secoli, dai Farnese ai Borbone, il S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio è una realtà storica e istituzionale fortemente radicata nella memoria delle città di Parma e di Piacenza, con una articolata sequenza di vicende che vede la Casa Borbone Parma essere ancora oggi custode del patrimonio araldico di questa antica tradizione cavalleresca.
Quando, nel 1734, Carlo I di Borbone, figlio primogenito di Elisabetta Farnese e di Filippo V di Spagna, divenuto Re delle Due Sicilie, trasferì di forza a Napoli il Gran Magistero Costantiniano, oltre ad una enorme quantità di beni mobili e di opere d’arte, iniziò per l’ordine una guerra diplomatica e documentale che si riaccese nella prima metà dell’ottocento con la riassunzione del Gran Magistero da parte della duchessa Maria Luigia e che continuò fra le contrapposte tesi degli studiosi fino ai giorni nostri.
Va anzitutto sottolineato che il ricco archivio custodito presso la sede dell’ordine, nella Chiesa Magistrale di Santa Maria della Steccata di Parma, è stato oggetto di una ricerca approfondita solo in tempi relativamente recenti, e solo dopo lo studio dei numerosi ed importanti documenti donati dai principi Francesco Saverio ed Enrica, poco più di vent’anni fa, è stato possibile leggere la storia dell’ordine in un quadro più completo e corretto.
Da una attenta lettura dei documenti principali legati alla storia ed alla struttura giuridica dell’Ordine emerge senza ombra di dubbio che il Gran Magistero dell’ordine era connesso a due inderogabili ed inscindibili condizioni: essere discendenti dei Farnese e Duchi di Parma e Piacenza.
Purtroppo, anche in tempi recenti, non è stato raro imbattersi in libri, articoli o monografie viziate dalla omissione di fondamentali passaggi di questi atti, o da una lettura superficiale delle complesse vicende che fra Sette e Ottocento segnarono la storia di queste istituzioni. Valgano per tutti gli esempi di Filippo Musenga e di altri storici napoletani, che omettono addirittura pezzi fondamentali degli Statuti di Francesco Farnese del 1705, dove, dopo l’espressione chiave “a Serenissimis ex famiglia nostra Farnesia descendentibus primogenitis”, con tutta naturalezza vengono omesse le parole seguenti “qui pro tempore fuerint Parmae et Placentiae duces”, che ricalcano esattamente le parole usate dalle bolle pontificie e che sono elementi indispensabili per capire le disposizioni connesse alla successione del Gran Magistero (Statuti conservati manoscritti presso l’archivio della Chiesa Magistrale della Steccata). D’altra parte le stesse fondamentali parole sono eliminate anche da Giuseppe Castrone, con evidente trascuratezza delle regole dell’obiettività, addirittura dal riferimento alla Bolla di Clemente XI (“Delle speciali caratteristiche dell’ordine Costantiniano”, Napoli, 1877) o le edizioni degli stessi Statuti stampati a Napoli nel 1785 e, più recentemente, nel 1966, dove le frasi originali latine sono tradotte in modo alterato (“fuerint” viene tradotto “saranno attualmente”). E’ fuori dubbio quindi, che Francesco Farnese, negli Statuti del 1705, quelli fondamentali al futuro dell’Ordine, volle unire alla primogenitura farnesiana quella inscindibile di Duchi di Parma e Piacenza.
Tale indicazione era già contenuta nell’atto di cessione dai Comneno ai Farnese del 1697, dove viene più volte ripetuto e inequivocabilmente sancito che “la dignità di Gran Maestro dell’ordine Costantiniano sarà del Duca Francesco Farnese e dei suoi successori nel Ducato di Parma e Piacenza, Sig.ri Duchi pro tempore”. Una chiara disposizione “contrattuale” che non potè evitare di pesare sugli Statuti e sulle Bolle pontificie. Il trasferimento del Gran Magistero ai Farnese, Duchi di Parma e Piacenza, fu approvato nel 1699 e confermato dal Pontefice Innocenzo XII nello stesso anno, riconoscendo Gran Maestro dell’Ordine ai discendenti della Casa Farnese, Duchi di Parma e Piacenza “pro tempore” (“tibi ac tuis successive natis, nepotibus et discendentibus, aliisque Familiae tuae Farnesiae praedictae successoribus Parmae et Placentiae ducibus pro tempore existentibus”), così come dalle stesse indicazioni contenute nell’atto di cessione del 1697. Anche nel diploma dell’imperatore Leopoldo I, del 1699, il riferimento al Ducato di Parma e Piacenza appare ugualmente precisato, laddove l’imperatore si riferisce più volte a Francesco Farnese in qualità di “Serenissimo Parmae et Placentiae Duci Magnum illius Ordinis Magisterium”. Il diploma imperiale si rimette inoltre all’autorità di Innocenzo XII, il quale, come è noto, richiama esplicitamente la condizione legata alla sovranità del Ducato. L’imperatore fa anche riferimento all’atto di cessione di Angelo Comneno, il quale, anch’esso, espressamente sottolinea le doppie condizioni. Appare chiaro quindi il collegamento fatto dall’imperatore del Magistero dell’ordine con la famiglia Farnese, in quanto sovrana di Parma e Piacenza. Il che non stupisce se si considera che, all’epoca, il Ducato di Parma e Piacenza veniva ancora considerato come posto sotto l’alta sovranità dell’imperatore del Sacro Romano Impero, e pertanto la regolamentazione posta in essere da Leopoldo appariva ed appare, per così dire, pienamente “interna” all’ambito dell’ordinamento giuridico pubblico imperiale. Da ciò è ricavabile un ulteriore corollario, vale a dire l’impossibilità giuridica di scindere tale collegamento Gran Magistero — Famiglia Farnese — Ducato di Parma e Piacenza, a favore di altro sovrano che, al contrario, veniva a regnare su di uno Stato quale il Regno di Napoli, che era posto fuori dalla struttura giuridica imperiale. Conseguentemente proprio la caratterizzazione data dall’imperatore Leopoldo viene ed essere non già equivoca o addirittura in contrasto con le tesi della Casa Ducale di Parma, come alcuni autori asseriscono, ma al contrario pieno supporto alla medesima. Papa Clemente XI nel 1718, con la Bolla “Militanti Ecclesiae”, confermò definitivamente la natura dell’ordine, sottolineando ulteriormente le doppie condizioni necessarie all’assunzione del Gran Magistero: essere discendenti dei Farnese e Duchi di Parma e Piacenza. La bolla del 1718 è l’atto cardine dell’intera vicenda istituzionale costantiniana, con il quale viene sancito l’inscindibile legame con il titolo ducale parmense (Francisci Ducis Familiare praedictae successoribus Parmae, et Placentiae Ducibus pro tempore existentibus), a definitiva conferma di tutti i precedenti atti. Con la morte senza figli dell’ultimo Duca Antonio, fratello di Francesco, il Gran Magistero passò a Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, nipote di Antonio, e di Filippo V, Re di Spagna, il quale, divenuto Re delle Due Sicilie, trasferì da Parma a Napoli il Gran Magistero dell’ordine Costantiniano, nonostante venisse meno la chiara condizione statutaria legata alla sovranità del Ducato di Parma e Piacenza.
I Duchi Filippo e Ferdinando rivendicarono energicamente per tutto il ‘700 il Gran Magistero dell’ordine, ma senza alcun risultato perché politicamente troppo deboli per inimicarsi fratelli e cugini napoletani e spagnoli. In questo quadro di fragilità politica del ramo di Parma vanno letti i documenti parmensi del 10 agosto 1749 e del 2 marzo 1751 nei quali Carlo III delle Due Sicilie è menzionato in qualità di Gran Maestro dell’Ordine Costantiniano. A questo proposito è opportuno ricordare che: a) Essi non sono veri e propri atti, relativi cioè allo specifico ed esclusivo oggetto sulla disputa costantiniana, ma trattano più generiche questioni economiche di privilegi connessi ai benefici dell’ordine. b) Sono immediatamente seguenti al trattato di Aix la Chapelle del 1748 e dunque risentono del clima politico e istituzionale che aveva alterato i rapporti di forza “in Famiglia” con soluzioni la cui legittimità sarebbe stata viziata da fattori e circostanze politico-militari evidentemente estranee alla reale volontà della Casa Parmense. Un parallelo significativo può essere ricordato con l’assunzione di fatto del Gran Magistero dell’Ordine di Santo Stefano di Toscana nel 1801, da parte dei Borbone Parma, divenuti Re d’Etruria, con l’assenso della stessa Casa d’Asburgo-Lorena, in un clima evidentemente alterato dalle vicende napoleoniche. c) A quella data il Gran Maestro dell’ordine “napoletano” era ancora Carlo III, la cui figura di primogenito non poteva evitare di far sentire il suo peso nei confronti del fratello minore Filippo. Nel momento in cui venne a mancare il connubio fra Gran Magistero e primogenitura è evidente che, in forza dei riferimenti statutari e delle indicazioni della Santa Sede, la necessaria condizione di sovranità su Parma e Piacenza divenne comunque momento di forza rispetto al Regno delle Due Sicilie, ormai privo anche del ramo primogenito. Non a caso, infatti, le rimostranze parmensi per riottenere il Gran Magistero si fecero più forti e decise non appena Carlo divenne Re di Spagna, come ricorda anche lo storico Guy Stair Sainty
Ricordiamo a questo proposito le ambasciate che Ferdinando, nella seconda metà del ‘700, istruì formalmente per il tramite del Ministro Cesare Ventura, il quale, in occasione delle nozze del Principe Lodovico, figlio di Ferdinando, si recò a Madrid per trattare questa vicenda. Della “restituzione” del Gran magistero si fece portavoce a Madrid, sempre a nome del Duca Ferdinando, anche padre Ximenes, di Roma, capo della Congregazione dei Carmelitani, ma senza successo, perché Parma, nel triangolo con la Spagna e con Napoli, era politicamente la più debole.
Quando nel 1759 Carlo I Re di Napoli, abbandonò il Regno delle Due Sicilie per diventare Re di Spagna, dispose che il Gran Magistero “napoletano” passasse al suo figlio terzogenito, facendo venire meno anche l’unica condizione che gli permetteva in qualche modo di difendere il trasferimento a Napoli, e cioè la primogenitura. I nuovi assetti politici e militari della penisola indussero comunque la Santa Sede a riconoscere anche l’Ordine Costantiniano delle Due Sicilie, senza però annullare espressa mente i contenuti delle precedenti Bolle, con le quali Innocenzo XII e Clemente XI confermavano le doppie condizioni statutarie per l’assunzione del Gran Magistero. La Santa Sede, pertanto, concesse successivamente al re di Napoli una “sanatoria” per il trasferimento di un Ordine la cui natura differiva in modo sostanziale dalle prescrizioni e dai contenuti degli originari documenti farnesiani.
In merito al rigore di questa doppia indicazione statutaria dobbiamo rilevare che, in tutte le famiglie titolate, se la primogenitura in genealogia va a “scalare” sui rami ultrogeniti in mancanza e a sostituzione del ramo principale, unico e immutabile rimane, senza eccezioni, l’indicazione del titolo e del predicato. Ne consegue pertanto che, fermo restando la necessaria discendenza diretta dai Farnese, la condizione primaria rimane legata alla pretensione sul Ducato di Parma e Piacenza, da ricondurre quindi a chi ne possiede il titolo.
Non si può peraltro sorvolare sul fatto che quando i francesi occuparono Napoli, incamerarono tutti i beni compresi quelli costantiniani nel territorio parmense. Essi furono poi ricomprati agli stessi francesi da Ferdinando, Duca di Parma e Piacenza, e donati alla civica comunità, sottraendoli quindi alla proprietà napoletana. Con la perdita dei benefici sui beni parmensi i napoletani vennero a perdere anche una buona parte del loro potere e della loro influenza sulla Corte dei cugini emiliani. Alla base di queste reciproche rimostranze, infatti, vi erano sostanzialmente motivazioni economiche, se si pensa all’enorme rendita patrimoniale legata ai beni immobili, e soprattutto alle commende del Po, dove ogni imbarcazione doveva pagare la tassa di passaggio al commendatario, che era nominato dal Gran Maestro.
Solo nel 1816 il Ducato di Parma e Piacenza poteva finalmente riappropriarsi del proprio patrimonio araldico-cavalleresco, quando la duchessa Maria Luigia d’Asburgo rivendicò e assunse il Gran Magistero dell’Ordine Costantiniano di Francesco Farnese, in qualità di duchessa di Parma e Piacenza e di diretta discendente dei Farnese attraverso suo nonno, Ferdinando di Borbone, re di Napoli. Il 24 aprile 1816, quattro giorni dopo il suo arrivo a Parma, Maria Luigia nominò nove cavalieri di giustizia e tredici cavalieri di merito, istituendo, il 12 marzo 1817, una commissione araldica presieduta dal Principe di Soragna per valutare i titoli di ammissione nelle categorie nobiliari. L’Ordine, dopo la riforma della duchessa Maria Luigia del 1845, è diviso in cinque classi: Senatori Gran Croce con collana, Senatori Gran Croce, Commendatori, Cavalieri di I e II classe. La croce è ovviamente la medesima successivamente adottata dall’ordine Costantiniano di San Giorgio delle Due Sicilie, dalla quale differisce per l’omega minuscolo anziché maiuscolo.
Il 21 aprile 1818, con bolla di Pio VII, la Santa Sede ribadisce e rafforza i privilegi del Gran Priore dell’ordine, presso la Chiesa Magistrale parmense di Santa Maria della Steccata, nominato dalla duchessa Maria Luigia.
La stessa Corte napoletana, a conferma dell’incertezza del diritto, alla luce dei prestigiosi conferimenti di Maria Luigia ammetteva, per voce del Principe Ruffo, “che alla Signora Arciduchessa qual posseditrice dei Ducati non si potesse, a dir il vero, negare il diritto di concedere quello stesso Ordine”. Anche il Principe Ruffo, nel suo carteggio con il Metternich, non riuscì a produrre, come richiesto dal Ministro parmense Filippo Magawly, sufficiente documentazione in originale di una formale accettazione da parte dei Duchi di Parma e Piacenza del passaggio a Napoli dell’ordine.
Dopo le prime rimostranze della Casa Reale delle Due Sicilie, fra i due Ordini Costantiniani di Parma e di Napoli si instaurò una “convivenza” che potremmo definire di reciproca tolleranza, proprio perché alla base vi erano equilibri consolidati che sarebbe stato difficile rimettere in discussione. Con il ritorno dei Borbone sul trono di Parma, dopo la morte di Maria Luigia nel 1847, Carlo Lodovico, già Duca di Lucca, assunse la Gran Maestria del “S.A.I. Mio Ordine Costantiniano di San Giorgio… appartenente con ogni diritto ai Sovrani di Parma pro tempore” (atto del 17 gennaio l848 cui succedette il figlio Carlo III, e successivamente, dopo la sua morte, avvenuta nel 1854, il figlio minorenne Roberto I, nato nel 1848) che governò sotto la reggenza della madre Luisa Maria di Francia, nipote del re Carlo X.
Con il formale ritorno dei Borbone alla sovranità del Ducato di Parma e Piacenza e la conseguente riassunzione del Gran Magistero da parte dei discendenti dei Farnese per successione diretta maschile, vengono a ricostituirsi, inequivocabilmente, le doppie condizioni statutarie, eliminando quindi anche le perplessità da taluni sollevate nei confronti della legittimità dinastica di Maria Luigia d’Asburgo.
Alla metà dell’ottocento numerosi Sovrani risultano insigniti dell’Ordine parmense, fra i quali l’imperatore d’Austria, l’imperatore del Brasile, lo zar di Russia, il granduca di Toscana, il re di Prussia, il duca di Modena, Don Francesco d’Assisi (re consorte di Spagna), che riconobbero ufficialmente l’ordine parmense nei loro Stati. Nel 1869, a Roma, il duca Roberto I, figlio di Carlo III, nominò gran cancelliere dell’ordine il Principe Diofebo Meli Lupi di Soragna. Dopo l’unità d’Italia il duca Roberto, come fece con l’Ordine di San Lodovico, continuò a conferire l’ordine Costantiniano non solo a membri della propria Famiglia, ma anche a Capi di Stato, dignitari, funzionari di tutta Europa. Ricordiamo fra questi il Principe Alberto I di Monaco e Ferdinando I e Boris III di Bulgaria, padre di Simeone, attuale primo ministro di Bulgaria.
Come è noto, dopo la morte di Roberto I, ultimo sovrano regnante sul Ducato, dal 1907 al 1950 il Gran Magistero fu dei duchi Enrico e Giuseppe, i quali, infermi di mente, non ebbero la possibilità di occuparsi dell’ordine. Per contro, in quegli anni, l’arcivescovo-vescovo di Parma, Guido Maria Conforti, già arcivescovo di Ravenna, beatificato nel 1996, nella sua qualità di gran priore mantenne viva la memoria e la tradizione dell’Ordine, e ricevette in questa veste anche il Principe Umberto di Savoia in visita a Parma. Quando la Santa Sede, nel 1931, diede disposizione, in forza del concordato, di reclamare la proprietà della Chiesa Magistrale della Steccata, si prodigò per confermarne la proprietà all’ordine.
Dal 1922 i beni dell’ordine, compresa quindi la Chiesa della Steccata, sono amministrati da un Consiglio di nomina governativa, che vede anche la presenza del Vescovo di Parma, che svolge le funzioni di Gran Priore, del Sindaco, del Prefetto, del Presidente della Provincia, del Rettore dell’università degli Studi, del Presidente del Tribunale, del Soprintendente alle Gallerie.
Alla morte del duca Giuseppe, nel 1950, il Gran Magistero passò al fratello Elia, il quale, sposata Marianna d’Austria nel 1903, ebbe Roberto, che fu duca di Parma e Piacenza fino al 1974. Morto senza figli, il titolo ritornò indietro di una generazione, e da Roberto il titolo passò allo zio, il Principe Francesco Saverio (Xavier), fratello di Enrico, Giuseppe ed Elia.
E’ nota la storia recente del Principe Saverio, Duca di Parma e Piacenza e padre di Carlo Ugo, per molti anni impegnato nella battaglia carlista in Spagna e dunque con interessi lontani dal territorio parmense. Oggi, in un ritrovato equilibrio critico verso la storia, la Casa Ducale di Parma ha rinnovato le sue motivazioni per ripercorrere le tracce della memoria e ha riscoperto l’immutato spirito che la unisce al territorio di Parma e Piacenza. La Repubblica Italiana, con i decreti del Ministero degli Affari Esteri, ha riconosciuto la natura “non nazionale” del S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio, autorizzando formalmente all’uso della decorazione i cavalieri nominati che ne abbiano fatto richiesta, in attuazione della legge 3 marzo 1951, n. 178, art. 7 (i primi decreti sono datati 24 dicembre 1999), riconoscendo dunque implicitamente allo stesso Ordine piena validità giuridica e confermandone al Principe Carlo Ugo di Borbone, Capo della Casa Reale Borbone Parma, Duca di Parma e Piacenza, l’uso legittimo e la proprietà dinastica.
Con sentenza del 26 novembre 1981, il Consiglio di Stato ha definito Ordini cavallereschi “non nazionali”, ai fini dell’interpretazione della legge 3 marzo 1951, n. 178, quelli totalmente estranei all’ordinamento italiano, ma non promanati da un ordinamento statuale straniero, e cioè le istituzioni costituite e operanti all’estero (con Gran Maestro che non è un cittadino italiano), ma non espressioni di ordinamenti statuali sovrani, le quali abbiano ottenuto un riconoscimento che ne identifichi l’esistenza e ne legittimi giuridicamente la dignità cavalleresca (atti di istituzione, leggi ufficiali del territorio, già Stato sovrano, che le ha promanate).
Ricordiamo che ai sensi dell’art. 7 della legge 178/1951 “i cittadini italiani non possono usare nel territorio della Repubblica onorificenze o distinzioni cavalleresche loro conferite in Ordini non nazionali o da Stati esteri, se non sono autorizzati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro per gli Affari Esteri”.
Il Ministero degli Affari Esteri, con riferimento al parere del Consiglio di Stato, sez. I, n. 1869/1981, nella nota n. 022/363 del 29 luglio 1999, ha individuato, fra gli Ordini “non nazionali” di cui sono autorizzabili le onorificenze, quelli dinastici nei quali il Gran Magistero è ereditario in una famiglia ex sovrana, a condizione che essi siano sorti e costituiti quando la famiglia attualmente ex sovrana era, al contrario, regnante e che vi sia stata una ininterrotta titolarità nel capo della famiglia e che manchi una soppressione da parte del capo della famiglia medesima; sotto questo profilo sono irrilevanti le soppressioni effettuate da altri soggetti giuridici, anche statuali, che non avevano il potere di sopprimere l’Ordine, proprio perché questo era patrimonio della famiglia allora regnante, ma solo quello di disconoscerlo.
In merito alla interpretazione della legge 178/1951 circa la definizione di Ordine “non nazionale” rimandiamo all’approfondito saggio dell’On. Alberto Lembo (atti dei contegno di Pisa del 14 settembre 2001 “Gli Ordini dinastici della I. e R. Casa Granducale di Toscana e della Reale Casa Borbone Parma”, l’istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano, Pisa, 2002) nel quale sono espresse considerazioni di ampia natura storico-giuridica che riprendiamo testualmente: - «Si deve osservare che si può continuare a parlare di Ordini dinastico-familiari solo per quelle famiglie che abbiano conservato, anche dopo la perdita del trono, uno “status” giuridico e un “trattamento” proprio delle case reali, e ciò sia verificabile attraverso l’azione di altri soggetti. In altre parole il fondamento giuspubblicistico di questi Ordini deriva dalla loro appartenenza al patrimonio araldico di una Casa regnante (all’epoca del Congresso di Vienna o successiva mente) e dal generale riconoscimento, quanto meno sul piano del cerimoniale ufficiale, che a essi è attribuito ( ). Pertanto, ai fini del riconoscimento della legittimità storica degli Ordini di tale natura e per poterli qualificare come “Ordini non nazionali” per l’autorizzazione all’uso delle loro onorificenze da parte dello Stato Italiano nel suo territorio, è necessario che concorrano alcuni elementi di cui il primo, penso, debba essere quello che il Capo della Casa ne sia per statuto il “Gran Maestro”, fregiandosi delle relative insegne; questo porta già a poter distinguere fra “Ordine” e “Decorazione al Merito”; vi è, poi, l’accertamento della continuità storica nell’esistenza dell’Ordine e nel conferimento delle onorificenze dell’ordine (anche se questi conferimenti possono essere stati limitati, per periodi più o meno lunghi, ai componenti della Casa già Sovrana) e del perdurante riconoscimento dello “status” di Dinastia già regnante alla Casa che ne detiene il Magistero da parte di soggetti terzi che godono della piena (almeno in materia) sovranità: Corti o governi di Stati retti a regime monarchico, la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta». L’Almanach de Gotha riporta il Principe Carlo Ugo Gran Maestro del SAI. Ordine Costantiniano di San Giorgio e dell’Ordine di San Lodovico. Un impegno, come Lui stesso ricorda, “nato e consolidatosi nel Vincolo plurisecolare che unisce la mia Casa all’antico territorio ducale, che né il tempo, né gli eventi hanno potuto spezzare”. L’Ordine Costantiniano di San Giorgio rappresenta infatti un inscindibile momento di simbolica unità fra la Casa Borbone Parma e la città.
Gran Prefetto dell’Ordine è S.A.R. il Principe di Piacenza Carlo Saverio, figlio primogenito del Gran Maestro e della Principessa Irene d’Orange Nassau, sorella dell’attuale regina Beatrice d’Olanda; Gran Cancelliere, in continuità alla tradizione storica, è stato nominato il marchese dott. Diofebo Meli Lupi, Principe del Sacro Romano Impero e di Soragna.
Il Principe Carlo Ugo, Duca di Parma e Piacenza, Gran Maestro, concede eccezionalmente questa onorificenza, nello stesso spirito di difesa e salvaguardia dei valori cristiani propri dei contenuti statutari originari, con particolare riferimento a meriti di rilievo di natura storica e culturale legati allo studio e alla riscoperta della antiche tradizioni ducali degli Stati parmensi.
I due rami dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio hanno dunque preso vie diverse, percorrendo i secoli fra le alterne vicende della storia. La sua ricca e prestigiosa tradizione si è mantenuta inalterata, proiettando nel terzo millennio la stessa preziosa memoria custodita dalla famiglia che più di ogni altra ha segnato la storia d’Europa in una millenaria sequenza di eventi: i Borbone, la cui sovranità ha scritto e continua a scrivere le sorti dei più importanti Paesi del nostro continente.
Lo scambio reciproco delle due onorificenze costantiniane fra le Case di Parma e di Napoli, non può evitare di essere interpretato come un mutuo riconoscimento dei rispettivi Ordini, in un clima di storica pacificazione e di definitiva chiusura delle antiche polemiche fra i due storici rami della famiglia. Una memoria che, nel rispetto dei valori peculiari delle rispettive tradizioni, ripercorre le vicende dei due antichi Stati pre-unitari, il cui orgoglio del proprio passato è rappresentato dal legame simbolico ed affettivo che ancor oggi rappresenta l’Ordine Costantiniano di San Giorgio.
PAOLO CONFORTI
saggio tratto dal volume
L’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Storia, stemmi e Cavalieri
per gentile concessione dell’Autore
Venerdì 15 Febbraio 2008 alle
http://simonsp99.wordpress.com/2007/12/17/been-to-see-a-kids-play-2/
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