Maggio 11, 2008

Morte di un carismatico napoletano: Mario Schiano (1933-2008)

 

‘A verità vurria sapè che simme

‘ncopp’ a sta terra e che rappresentamme:

gente e passaggio, furastiere simme;

quanno s’è fatta ll’ora ce ne jammo!

Riflessione, Antonio de’ Curtis

 

 

 

Mario Schiano con Xu Fengxia.  

 

 

Opera Paese, sulle rive dell’Aniene, forse  cinque anni fa: in un loft “all’amatricianaMario Schiano improvvisa con un’arpista cinese declinando il suo free dialettale.

Libertà per sempre bella e imperfetta quella di Schiano, che credeva nella cultura dell’errore, nel precariato dei suoni. Questo mancherà di Mario e non il folklore un po’ asfitticco dello Schiano pubblico, delle sue pastiches morettiane di Palombella Rossa e Caro Diario, dell’eskimo e del pugno alzato.

Mario Schiano non era un agitatore sociale - etichetta solitamente comminata ai vinti sul campo della burocrazia- era un “Provo”, aveva cioè quell’atteggiamento critico di una certa sinistra liberataria, all’olandese appunto, che si metteva contro pur rimanendo organica, che celebrava la bellezza selvaggia del momento improvvisato in una rassegna coraggiosa come “Controindicazioni”. Che misurava con i piccoli passi della musica “off” le steppe sconfinate del qualunquismo nazionale.

Francesco Mandica

 

Maggio 10, 2008

Nelle mani di Seamus Heaney. Rotta di volo - Flight Path (The Spirit Level, 1996)

The Flight Path

 
1
Prima la prima piega, poi altre pieghe
di volta in volta più strette e nette finché
l’intero foglio si riduceva
a un quadratino ripiegato che poi tirava su per i due angoli,
e manteneva come una promessa che aveva la facoltà di rompere,
ma che non ruppe mai.
Una colomba s’alzava in volo dal mio petto
ogni volta che le mani di mio padre a me si svelavano,
reggendo una barchetta di carta, arca nell’aria,
linee di una tenda tesa coi picchetti:
cima aguzza, fondo squadrato, la piccola piramide
centrale sempre più incavata
come una parte di me che sprofondava, sapendo
che l’intera cosa sarebbe affondata,
una volta mandata al varo.

2.
Uguale e contraria, è la parte che si solleva
in quei cieli trapunti di stelle nell’occhio dell’inverno,
quando a Wicklow me ne sto sotto la rotta di volo
di un tardo jet da Dublino, coi fari sollevati
e baluginanti dinanzi a ciò che trascinano via.
Un fragore di motori potenti e il diminuendo
che si allunga come una scia, impronta bassa e lontana
lasciata nel chiarore delle stelle.
Il sicomoro parla la lingua del sicomoro al buio,
la luce alle mie spalle è la luce di una casa a schiera.
In piedi sulla soglia di casa nelle prime ore della notte,
a rappresentare tutto ciò
che perpetua la posa: il restare a casa
di chi s’ appoggiava allo stipite, sollevava lo sguardo e attendeva,
coloro che imparammo ad amare, salutandoli alla partenza,
o a cui ritornammo, coi vestiti diversi
di cui avevamo vergogna
Quelli che non dimenticavano mai
un volto o un nome, che mai poterono abbassare
all’improvviso gli occhi,
mentre l’ aereo raggiungeva l’altitudine di crociera,
per accorgersi che la casa appena sorvolata
- troppo lontana per vedersi adesso -
era proprio la casa che avevano abbandonato un’ora prima,
ricambiando i baci con i baci,
mentre il tassista caricava una sull’altra le valigie.

3.
In alto, lontano. Ebbrezza del duty-free.
Black Velvet. Bourbon. Altitudine con lettere d’amore.
Passeggiata aerea su Manhattan. Rientro.

Poi la California. Il Tiburon e la sua distesa.
Gli hamburger di Sam, tavolate e champagne,
più un gabbiano che ci fissa con uno sguardo duro.

Di nuovo rientro. Voti ripresi. E fuori -
Reculer pour sauter, entro un anno dal
ritorno, l’arrivederci meno lungo dell’impasse.

Dunque, verso Glanmore. Glanmore. Glanmore. Glanmore.
Preso in trappola, consenziente, al lavoro, a rischio e al sicuro.
Rifugio e alloggio. Quercia, alloro e sicomoro.

Poi, posizione-jet. Ah, questo attraversare il tempo!
Si va verso occidente, verso oriente, il jumbo come lo scuolabus,
“The Yard”, a metà tra fattoria e campus.

Un giro d’attesa e una presa che diventa più tesa -
Sweeney Astray svanisce nelle verità d’ Orazio:
Mutano i cieli, non i crucci, per chi attraversa i mari.

4.
Quanto segue è per la cronaca, alla luce
di ogni cosa prima e da allora:
uno splendida mattina di maggio, millenovecentosettantanove,
appena atterrato con il volo speciale da New York,
sono sul treno per Belfast. Piena e semplice
felicità dell’essere tornato: il mare
a Skerries, la fioritura nuziale del biancospino,
il viaggio verso nord con me che mi appiglio
dolcemente come una catena
ad ogni corporea dentellatura.
Allora entra
- come fosse una guardia di frontiera -
entra uno che avevo visto l’ultima volta in sogno,
più crucciato in viso di quanto non lo fosse nel sogno stesso
in cui mi faceva cenno di accostare al lato d’ una strada di montagna,
si avvicinava, appoggiava il gomito sul tetto della macchina
e mi spiegava attraverso il finestrino aperto
che tutto quello che dovevo fare era guidare prudentemente
un camion fino alla prossima dogana
a Pettigo, spegnere il motore, scendere come se
volessi avviarmi all’ufficio per il controllo dei documenti
- ma invece proseguire più in giù di dieci metri
verso la strada principale e montare su una macchina - ed ecco
il nome d’ un altro compagno di classe, strizzata d’occhio e ammiccamento,
l’avrei riconosciuto senz’altro, sarebbe stato alla guida d’ una Ford
e io sarei tornato a casa sano e salvo …
Allora entra e si siede
di fronte e mi affronta di petto;
“Quando cazzo ti decidi a scrivere
qualcosa per noi?” “Se pure scriverò qualcosa,
qualsiasi essa sia, la scriverò per me stesso.”
E questo fu quanto. O parole con uno stesso effetto.

Per mesi e mesi i muri della prigione furono imbrattati di escrementi.
Fuori da Long  (1), terminata la lorda  ,(2)
quegli occhi di brace erano gli occhi di Ciaran Nugent
come emersi dal lurido inferno di Dante
che si aprivano un varco attraverso rime e immagini
là dove anch’io camminavo dietro il pietoso Virgilio,
sano e salvo, traducendo liberamente:
Quand’ebbe detto ciò con li occhi torti
riprese ‘l teschio misero co’ denti
che furo all’osso, come d’un can, .(3)

5.
Quando risposi che venivo “da molto lontano”,
il poliziotto al posto di blocco mi domandò con tono brusco,
“E dove sarebbe, questo posto?”
Aveva compreso a malapena le mie parole e pensò
si trattasse di qualche posto al nord del Paese.

E tra il punto in cui ho vissuto e quello
da cui sono partito, c’è una distanza ancora da colmare
-  luce stellare che viene da lontano, in viaggio
da anni luce - e anni luce lontana dall’arrivo.

6.
All’improvviso, la pura frenesia
di rammentare la salita a zig-zag su per gradini arroventati
fino al rifugio dell’eremita in cima a Rocamadour.
Stormi di cornacchie volano alte, una lucertola pulsava
sulla ghiaia ai miei piedi con zampe anteriori
simili a supporti articolati di veicolo lunare.
E una farfalla, soffice come il soffio della vita
in un soffio di vento, una farfalla verde come vischio
 attraversa l’assolata via crucis dei pellegrini.

Le undici di mattina. Ho annotato:
“Amante della roccia, anima solitaria, sentinella del cielo, salute!”
E da qualche posto sorse una colomba. E continuò ad alzarsi in volo.

 

1, la prigione del Nord d’Irlanda dove negli anni Settanta erano detenuti molti esponenti dell’IRA.  La poesia è dedicata alla memoria di Bobby Sand, ivi morto per la causa repubblicana dopo uno sciopero della fame durato 66 giorni. volto a ottenere il riconoscimento dello stato di “prigioniero politico”.
2: così venne denominato lo sciopero della fame di quei detenuti politici ,capeggiati da Bobby Sand, che alla fine degli anni Settanta imbrattarono le prigioni di escrementi, come da scenario di inferno dantesco.
3 dall’episodio del Conte Ugolino (Dante, Divina Commedia, Inferno).  

  

  The Flight Path

1
The first fold first, then more foldovers drawn
Tighter and neater every time until
The whole of the paper got itself reduced
To a pleated square he’d take up by two corners,
Then hold like a promise he had the power to break
But never did.
A dove rose in my breast
Every time my father’s bands came clean
With a paper boat between them, ark in air,
The lines of it as taut as a pegged tent:
High-sterned, splay-bottomed, the little pyramid
At the center every bit as hollow
As a part of me that sank because it knew
The whole thing would go soggy once you launched it.

2
Equal and opposite, the part that lifts
Into those full-starred heavens that winter sees
When I stand in Wicklow under the flight path
Of a late jet out of Dublin, its risen light
Winking ahead of what it hauls away:
Heavy engine noise and its abatement
Widening far back down, a wake through starlight.

The sycamore speaks in sycamore from darkness,
The light behind my shoulder’s cottage lamplight.

I’m in the doorway early in the night,
Standing-in myself for all of those
The stance perpetuates: the stay-at-homes
Who leant against the jamb and watched and waited,
The ones we learned to love by waving back at
Or coming towards again in different clothes
They were slightly shy of.
Who never once forgot
A name or a face, nor looked down suddenly
As the plane was reaching cruising altitude
To realize that the house they’d just passed over
Too far back now to see - was the same house
They’d left an hour before, still kissing, kissing,
As the taxi driver loaded up the cases.

3
Up and away. The buzz from duty free.
Black velvet. Bourbon. Love letters on high.
The spacewalk of Manhattan. The re-entry.

Then California. Laid-back Tiburon.
Burgers at Sam’s, deck-tables and champagne,
Plus a wall-eyed, hard-baked seagull looking on.

Again re-entry. Vows revowed. And off -
Reculer pour sauter, within one year of
Coming back, less long goodbye than stand-off.

So to Glanmore. Glanmore. Glanmore. Glanmore.
At bay, at one, at work, at risk and sure.
Covert and pad. Oak, bay and sycamore.

Jet-sitting next. Across and “cross and across.
Westering, eastering, the jumbo a school bus,
The Yard’ a cross between the farm and campus,

A holding pattern and a tautening purchase -
Sweeney astray in home truths out of Horace:
Skies change, not cares, for those who cross the seas.

4
The following for the record, in the light
Of everything before and since:
One bright May morning, nineteen-seventy-nine,
Just off the red-eye special from New York,
I’m on the train for Belfast. Plain, simple
Exhilaration at being back: the sea
At Skerries, the nuptial hawthorn bloom,
The trip north taking sweet hold like a chain
On every bodily sprocket.
Enter then -
As if he were some film noir border guard
Enter this one I’d last met in a dream,
More grimfaced now than in the dream itself
When he’d flagged me down at the side of a mountain road,
Come up and leant his elbow on the roof
And explained through the open window of the car
That all I’d have to do was drive a van
Carefully in to the next customs post
At Pettigo, switch off, get out as if
I were on my way with dockets to the office -
But then instead I’d walk ten yards more down
Towards the main street and get in with - here
Another school friend’s name, a wink and smile,
I’d know him all right, he’d be in a Ford
And I’d be home in three hours’ time, as safe
As houses …
So he enters and sits down
Opposite and goes for me head on.
‘When, for fuck’s sake, are you going to write
Something for us?’ ‘If I do write something,
Whatever it is, I’ll be writing for myself.’
And that was that. Or words to that effect.

The jail’s walls all those months were smeared with shite.
Out of Long Kesh after his dirty protest
The red eyes were the eyes of Ciaran Nugent
Like something out of Dante’s scurfy hell,
Drilling their way through the rhymes and images
Where I too walked behind the righteous Virgil,
As safe as houses and translating freely:
When he bad said all this, his eyes rolled
And his teeth, like a dog’s teeth clamping round a bone,
Bit into the skull and again took hold.

5
When I answered that I came from ‘far away’,
The policeman at the roadblock snapped,’Where’s that?’
He’d only half heard what I said and thought
It was the name of some place up the country.

And now it is - both where I have bee living
And where I left - a distance still to go
Like starlight that is light years on the go
From far away and takes light years arriving.

6
Out of the blue then, the sheer exaltation
Of remembering climbing zig-zag up warm steps
To the hermit’s eyrie above Rocamadour.
Crows sailing high and close, a lizard pulsing
On gravel at my feet, its front legs set
Like the jointed front struts of a moon vehicle.
And bigly, softly as the breath of life
In a breath of air, a lime-green butterfly
Crossing the pilgrims’ sunstruck via crucis.

Eleven in the morning. I made a note.
‘Rock-lover, loner, sky-sentry, all hall!’
And somewhere the dove rose. And kept on rising.

Maggio 9, 2008

Derek Bailey/Derek Walcott. Resistenza creola.

Si mwen di ‘ous ça fait mwen la peine

‘Ous kai dire ça vrai.
(If I told you that caused me pain
You’ll say, “It’s true”.)
Si mwen di ‘ous ça pentetrait mwen
‘Ous peut dire ça vrai
(If I told you you pierced my heart
You’d say, “It’s true”.)
Ces mamailles actuellement
Pas ka faire l ‘amour z’autres pour un rien.

(Children nowadays
Don’t make love for nothing.)

Maggio 9, 2008

Mimmo Rotella. Opere su carta.

 

 

Electa
 
pubblica
 
MIMMO ROTELLA
OPERE SU CARTA
 
a cura di Alberto Fiz
 
 
 
  

Dopo la pubblicazione del volume dedicato alle opere su lamiera della mostra aperta al museo Marca di Catanzaro, Electa prosegue l’approfondimento critico su Mimmo Rotella (1918-2006), con una monografia curata da Alberto Fiz che approfondisce la produzione giovanile del maestro. presenta un testo critico di Alberto Fiz e 80 opere su carta, in buona parte inedite, del periodo compreso tra il 1946 al 1950 (anni di formazione dell’artista), che prendono in esame il processo creativo che ha portato alla nascita del décollage attraverso disegni, schizzi, tempere. Rotella non è solo un ottimo disegnatore ma, sin dai suoi esordi, dimostra una capacità di analisi e di sintesi del segno che lo conduce verso un superamento degli aspetti formali a favore di una visione problematica dell’opera in base ad un atteggiamento che caratterizzerà tutta la sua ricerca  (Alberto Fiz).

 

Il volume accompagna una mostra Mimmo Rotella. Al tavolo da disegno. Opere su carta 1947-1950 che espone alcuni disegni di Mimmo Rotella dal 9 maggio al 15 giugno 2008 alla Galleria Zonca & Zonca di Milano. L’esposizione a cura di Alberto Fiz, è stata ideata da Piero Mascitti, realizzata in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella e il contributo scientifico di Chiara Spangaro. 

 

 

 

Maggio 9, 2008

Bernie Taupin, Solar Prestige a Gammon, Caribou. Sketches per un iconografia della musica.©

Oh ma cameo molesting
Kee pa a poorer for tea
Solar prestige a
gammon
Lantern or turbert paw kwee
  

Solar prestige a gammon
Kool kar kyrie kay salmon
Hair ring molassis abounding
Common lap kitch sardin a poor floundin

Cod ee say oo pay a loto
My zeta prestige toupay a floored
Ray indee pako a gammon
Solar prestige a pako can nord

 

© 1974 Big Pig Music Limited

 


  

Maggio 8, 2008

Clicca e compila anche tu il Modulo-Richiesta-Residenza: Miracolo a Milano.

modulo-richiesta-residenza

 

Electa

 

pubblica la prima
guida architettonica dipinta
di Milano
Petrus’ Milano
                                                                                                        

www.electaweb.com                                                                                                                            

 

Electa pubblica la prima guida architettonica dipinta della città di Milano. Autore delle opere pittoriche è l’artista Marco Petrus che da diversi anni dedica la sua ricerca aIla città che Gio Ponti ha definito la più “architettonica d’Italia”. Il volume bilingue (Inglese/Italiano) si rivolge essenzialmente ad un pubblico internazionale e si propone come un itinerario, una selezione dei principali edifici di Milano che l’artista invita a visitare e dei quali offre la sua personale interpretazione artistica. Petrus congela la città in più ritratti, con il volto architettonico attuale, prima degli interventi che ne modificheranno lo skyline in vista dell’Expo 2015. I contributi critici, a cura di Fulvio Irace e di Pia Capelli, accompagnano le 27 tavole a colori, ognuna delle quali, è affiancata dalla foto dell’edificio e dalle informazioni che lo caratterizzano (architetto, data, indirizzo). A corredo della pubblicazione, oltre alla lista delle esposizioni dell’artista e ad una ricca bibliografia, una mappa della città mostra l’esatta ubicazione degli edifici che sono stati i modelli dell’artista.

Fulvio Irace, curatore del volume, così descrive il lavoro di Petrus: “… per Marco Petrus - pittore di icone - il Tempo è una misura compatta dove la modernità può anche irrompere ma rimane irretita … cancellata la presenza degli uomini e delle cose … Petrus ha restituito all’architettura il suo ruolo di protagonista”.

Pia Capelli afferma: “Perché lo scopo di Petrus non è, non è mai stato, riprodurre l’architettura esattamente com’è … quanto piuttosto trovare l’anima impercettibile della superficie. … Accadono due cose: in primo luogo la città scompare, nel senso che il punto di innesto dell’edificio alla terra esce per sempre dal disegno … assume importanza fondamentale il cielo.”

L’occasione per la realizzazione della guida è data dalla mostra che da metà giugno sarà ospitata dalla Casa dell’Architettura di Mosca, assieme all’esposizione Architetti milanesi a cura della Facoltà di Architettura Civile e del Dipartimento di Progettazione di Architettura del Politecnico di Milano che presenta i lavori di architetti di fama che hanno operato a Milano: queste due mostre permettono di presentare Milano secondo una visione architettonica accanto ad una visione d’artista.

 

L’artista Marco Petrus è nato a Rimini nel 1960, vive e lavora a Milano.

Di recente (ottobre 2005) in concomitanza delle celebrazioni del Columbus Day a New York, il Comune di Milano ha commissionato a Marco Petrus il progetto Milano upsidedown, un percorso di quadri in diverse location newyorkesi; nel 2007 partecipa alla rassegna collettiva Italiana realizzata nella prestigiosa sede dello Shanghai Art Museum e a The New Italian Art Scene presso il TFAM Taipei Fine Arts Museum. Nell’aprile 2007 a Como presso l’ex-Chiesa di San Francesco è stata realizzata una sua personale dal titolo Architettonica. A Venezia in occasione della 52ª Esposizione Internazionale della Biennale d’Arte, Marco Petrus ha presentato Ceci n’ est pas une exposition. Sempre nello stesso anno ha partecipato alla mostra Arte Italiana 1968-2007 Pittura, una collettiva ideata da Vittorio Sgarbi, allestita negli spazi di Palazzo Reale a Milano.

 

 

 

Sommario

 

Pag 07                                           Painter of icons

 

Pag. 11                                          Pittore di icone

                                                      Fulvio Irace

 

Pag. 15                                          Petrus’ Milano

                                                      Works Opere

 

Pag. 71                                          City Map

                                                      Pianta della città

 

Pag. 73                                          Exhibitions

                                                      Esposizioni

 

Pag. 77                                          Notes for a Biography

                                                      Note per una biografia

                                                      Pia Capelli

 

Pag. 89                                          Exhibitions

                                                      Esposizioni

 

Pag. 93                                          Selected Bibliography

                                                      Bibliografia Selezionata

 

 
a cura di Fulvio Irace
con il contributo critico di Pia Capelli

 

 

L’artista Marco Petrus da diversi anni dedica la sua ricerca alla città che Gio Ponti ha definito la più “architettonica d’Italia”.

Il volume bilingue (Inglese/Italiano) si rivolge essenzialmente ad un pubblico internazionale e si propone come un itinerario, una selezione dei principali edifici di Milano che l’artista invita a visitare e dei quali offre la sua personale interpretazione artistica.

Petrus congela la città in più ritratti, con il volto architettonico attuale, prima degli interventi che ne modificheranno lo skyline in vista dell’Expo 2015.

I contributi critici, a cura di Fulvio Irace e di Pia Capelli, accompagnano le 27 tavole a colori, ognuna delle quali, è affiancata dalla foto dell’edificio e dalle informazioni che lo caratterizzano (architetto, data, indirizzo). A corredo della pubblicazione, oltre alla lista delle esposizioni dell’artista e ad una ricca bibliografia, una mappa della città mostra l’esatta ubicazione degli edifici che sono stati i modelli dell’artista.

 

 

Maggio 7, 2008

Doppio Sogno, Double Salto (Schnitzler) Programma Umbria Jazz 2008

PERCORSI JAZZ 2/SUONA FRANCESE


Accademia Nazionale di danza, Largo Arrigo VII, 5. Roma (Aventino)
 
Ore 18, INGRESSO GRATUITO

IN CASO DI PIOGGIA I CONCERTI SI SVOLGERANNO
NEL TEATRO AL CHIUSO DELL’ACCADEMIA DI DANZA


L’11 maggio una prima assoluta: “Double Salto”, un progetto originale commissionato dal Conservatorio di Santa Cecilia e dalla Fondazione Nuovi Mecenati (nell’ambito del festival di nuova musica “Suona Francese”)e che tra l’altro presenterà  due lavori originali: “Double salto” del violinista francese Régis Huby e “Io l’ampia onda” del violoncellista Paolo Damiani. Il sodalizio artistico di Huby e Damiani risale al 2000, quando il compositore romano venne chiamato a Parigi a dirigere l’ONJ (orchestra nazionale francese di jazz)e scelse Regis Huby quale membro stabile del prestigioso organico.
Ad eseguire le due composizioni l’ensemble da camera del Conservatorio con un solista ospite d’eccezione, Javier Girotto. Proprio il grande sassofonista argentino aprirà la serata con un assolo di quindici minuti.
L’ensemble è stato appositamente creato per l’occasione e comprende docenti del conservatorio e giovani solisti  laureati di recente.

11 Maggio 2008            
in collaborazione con l’Ambasciata di Francia a Roma e il festival “Suona Francese”

·    ASSOLO: Javier Girotto, sassofono

·    “Double Salto”
Régis Huby, violino
Paolo Damiani, violoncello
 
Orchestra da camera del Conservatorio
Solista ospite Javier Girotto

Giuliano Cavaliere, violino    
Francesca Tamponi, violino
Anna Maria Covaser, viola
Nasim Saad, violoncello
Stefano Pagni, contrabbasso    
Massimo Antonietti, chitarra elettrica  
Andrea Bonioli, vibrafono    
Antonio Magli, pianoforte    
Carlotta Vettori, flauto     
Alessandro Papotto, clarinetto    
Rina Mastrototaro, clarinetto basso   
Luciano De Luca, trombone
Luca Caponi, batteria  
 
Opere in prima assoluta di Régis Huby e Paolo Damiani

Maggio 6, 2008

“Se qualcuno vi dice che prima o poi stermineranno gli ebrei voi credetegli”.

Questa frase e’ stata presa ad esempio nel discorso di Israele all’Onu di qualche anno fa: non sono frasi di un politicante, o di quadri alti di Kadima (partito post-Likud che continua a non avere l’apoggio plebisciatrio di un voto).

Sono parole di un sopravvissuto ai campi di stermino, parole da soppesare prima,

da farsi sobbollire nelle orecchie: soprattutto prima di dare fuoco alle bandierine fulmicotoniche, quelle della nostra ex sinistra: quella che ho votato per quasi vent’anni e che ora sorpassa a destra ogni fascismo, con la reazionarieta’ piu’ sfacciata che ci sia.

Si boicotta a Torino (centri sociali) come all’Havana (chi ha messo su grazie al Bloqueo la base di Guantanamo “boicotta” cuba dalla crisi della Baia dei Porci):

gli americani insomma , volente e nolente, stanno sempre tra le palle.

 

Francesco

 

 

Maggio 5, 2008

Steely Dan: un dildo nel cuore della musica

Storyville, Radio 3, ore 16. Da Lunedi’5 maggio 

 

 

 

 

3 puntate dedicate ad una band, o meglio un supergruppo, un collettivo hippie che ha riposizionato gli stilemi del pop rock a partire dalla fine degli anni sessanta: Donald Fagen e Walter Becker, gli  Steely Dan (da Borroughs, Il Pasto Nudo): freak intellettualoidi che hanno vaticinato la morte dei generi musicali proponendo una miscela del “tutto sonoro”, con quelle fibrillazioni commerciali che li hanno proiettati, in quarant’anni, nelle top charts mondiali.

A raccontare la storia degli esordi e del temporaneo scioglimento di questo sodalizio artistico (gli Steely Dan si sono recentemente riuniti) e’ la voce della giovane giornalista Valentina Perniciaro coadiuvata dal testo-appositamente redatto per Storyville- dal critico e giornalista musicale Daniele Cianfriglia.

 

Storyville e’ un programma di Antonella Bottini e Francesco Mandica scrivete a Storyville@rai.it

No podcast!

Maggio 2, 2008

“ALLARME! Sono fascisti??!” Bernard Henri Levy

(ANSA) - TORINO, 1 MAG - I giovani dei centri

sociali di Torino e dell’associazione Free Palestine

hanno bruciato due bandiere israeliane e una

americana. E’ successo al termine del corteo del

primo maggio in piazza San Carlo, in segno di

protesta per la decisione della Fiera del Libro di

Torino di ospitare ufficialmente Israele nell’anno

del suo sessantesimo anniversario. Claudia De

Benedetti, dell’Unione delle Comunita’ ebraiche, ha

parlato di ‘un atto di incivilta’ inammissibile in uno

stato democratico’.

 

Aprile 30, 2008

IL CORPO ELETTORALE? NO, IL CORPO ELETTRICO. (Bradbury, I sing the Body Electric)

I SING THE BODY ELECTRIC

casa jazz roma

 


Domenica 4 maggio ore 21(sala concerti)

 

Larry Coryell/Jeff Berlin Duo

Larry Coryell chitarra elettrica

Jeff Berlin basso elettrico


 

 

 

 

DOPO IL GRANDE SUCCESSO DEL MESE DI GENNAIO RITORNANO ALLA CASA DEL JAZZ GLI APPUNTAMENTI DEDICATI AL JAZZ-ROCK DI”I SING THE BODY ELECTRIC” ,CON IL CONCERTO DI DUE GRANDISSIMI MUSICISTI:LARRY CORYELL E JEFF BERLIN,DUE AUTENTICI FUORICLASSE NEL LORO STRUMENTO.

OSPITE DEL  CONCERTO LA CANTANTE TRACEY PIERGROSS.

Larry Coryell, il giovane leone della chitarra conquista un posto nell’Olimpo del jazz, tra i suoi indiscussi veterani. Precursore di un genere che verrà poi battezzato fusion, ha portato alla chitarra elettrica una sensibilità nuova, quasi aliena, già a partire dal debutto (“The Dealer”, 1966): fraseggi inaccessibili, toni taglienti e un caratteristico bending derivato in pari misura dal rock, dal blues, dal country come dal bop e dal chitarrismo jazz ‘classico’. Autentico eclettico, la sua diteggiatura velocissima si muove con straordinaria agilità e immaginazione, in qualsiasi stile.

Proveniente da Galveston, nella Gulf Coast texana (1943) Coryell, sin da piccolo suona il pianoforte, ma si concentra sulla chitarra da teenager. Dopo aver studiato giornalismo all’Università di Washington, si trasferisce a New York City nel 1965, dove, oltre a inventare una prima, elettrizzante band di jazz-rock, i Free Spirits, si mette in luce nei gruppi del batterista Chico Hamilton e del vibrafonista Gary Burton e registra “Memphis Underground” col flautista Herbie Mann.

Inizia a formare i suoi primi gruppi nel 1969, nell’allora dominante stile di blues rock psichedelico influenzato da Jimi Hendrix, per poi avvicinarsi in “Spaces” a John McLaughlin, Billy Cobham, Chick Corea e al futuro bassista dei Weather Report, Miroslav Vitous. Anche nel decennio successivo Coryell si trova a capo di una varietà di gruppi. Il più visibile è “Eleventh House”, espressione conclamata di fusion alla moda della Mahavishnu Orchestra di McLaughlin, dove ritrova però contemporaneamente una sorprendente confidenza con lo strumento non amplificato, in dischi e concerti da solo, in duo con Philip Catherine o Steve Kahn o ancora in tandem con Al DiMeola, John Scofield e John Abercrombie. Ma la sua creatività non si ferma qui. Una miscela esplosiva di samba e rumba, rock e funk, ritmi Africani e Caribici è catturata in azione in Brasile (“Live From Bahia”) con Cobham, il sax di Donald Harrison, la tromba di Marcio Montarroyos e la voce di Dori Caymmi. La recente la passione di Coryell per il jazz tradizionale è sfociata in quartetti acustici coi bassisti Buster Williams e George Mraz, i pianisti Stanley Cowell e Kenny Barron e i batteristi Beaver Harris e Billy Hart, e ne fornisce un’ulteriore, definitiva prova in “Monk, Trane, Miles & Me”, pacata rivisitazione del canzoniere di tre dei suoi maestri.

 Nel mondo dei bassisti Jeff Berlin è una leggenda ma, in particolare, in quello del basso elettrico si è guadagnato, negli anni ‘70, un riconoscimento mondiale come il miglior bassista americano e da molti è addirittura considerato il più fine solista al mondo.Accanto di Jaco Pastorius, Stanley Clarke ed Alphonso Johnson, a Jeff, nei suoi vent’anni di attività, gli sono riconosciuti i meriti di un’importante innovatore, affermati in concerti e registrazioni sia come ospite sia con gruppi propri.Jeff ha diviso il palcoscenico con musicisti tra i più diversi: John McLaughlin, Jermaine Jackson, Issac Hayes, Bill Bruford, Yes, Allan Holdsworth, Billy Cobham, Toots Thielemans, Larry Coryell, David Liebman, Arturo Sandoval, Michael e Randy Brecker, Mike Stern, Bill Frisell. Ospite dei festival di tutto il mondo, si è trovato in jam-session con le star più importanti del jazz e del rock and roll: Pat Metheny, Van Halen, Rush, Bill Evans, Jaco Pastorius, Stanley Clarke e da curioso e sperimentatore non si è negato neppure al pop partecipando ad uno show televisivo con il cantante Donnie Osmond.Fondatore della scuola The Players of Music a Clearwater in Florida, in questi due decenni di carriera, Jeff si è dedicato con passione anche all’insegnamento tanto con corsi residenti, quanto presente e appassionato durante le clinic che ha condotto in tutto il mondo.Downbeat, Musician, Moderm Drummer, Internazional, Chitarre e altre testate specializzate lo hanno ospitato sulle loro pagine con servizi a lui dedicati.Tra i grandi fan, Berlin, annovera anche il proprietario della Dean Guitars che gli ha dedicato un basso elettrico costruito appositamente per lui, venduto in tutto il mondo e chiamato semplicemente Jeff Berlin.

Casa del Jazz: viale di Porta Ardeatina, 55

Info: 06/704731

Ingresso: 15 euro

Relazioni con la stampa: Maurizio Quattrini 338/8485333

 

I Sing the Body Electric

trad. “Il Canto Elettrico” (o “il Corpo elettrico”) Ray Bradbury,

1969

 

Ray Bradbury (Waukegan22 agosto 1920) è uno scrittore statunitense, innovatore del genere fantascientifico; nella sua carriera è stato anchesceneggiatore cinematografico.

Nel 1934 la sua famiglia si trasferisce in California, dove il giovane Ray scopre il mondo della fantascienza, tanto da iniziare a scrivere alcuni racconti sulle riviste del settore. Tra le sue prime opere si contano anche dei racconti polizieschi e noir.

Nel 1950 raccoglie in un unico volume le sue Cronache marziane, che ottengono così un vasto successo internazionale, ancora oggi a distanza di anni, nonostante ormai queste storie siano datate, nel senso che la data in cui i vari avvenimenti sono stati sistemati è stata superata: questo fatto, però, ha scarsa importanza, non togliendo nulla al valore dell’opera in sé.

L’anno successivo segue il capolavoro per cui è maggiormente ricordato, Fahrenheit 451, una sorta di elogio alla lettura ambientato in una societàdistopica, che diventerà anche un film omonimo di successo, diretto da François Truffaut. Negli anni successivi intraprende la carriera di sceneggiatore cinematografico, iniziata con il Moby Dick di John Huston, senza però dimenticare la sua carriera di romanziere. Si ricordano infattiIl grande mondo laggiùIo canto il corpo elettrico!Paese d’OttobreIl popolo dell’autunnoViaggiatore del Tempo, l’ambizioso giallo Morte a Venice e il più leggero Il cimitero dei folli e Le auree mele del sole.

Opere

Copertina di Cronache marziane (Urania Collezione; illustrazione di Franco Brambilla)     

Copertina di Cronache marziane (Urania Collezione; illustrazione di Franco Brambilla)

Aprile 30, 2008

“Molte rose a Roma e poco pane. Non è colpa del Sindaco, nonostante abbia fatto scelte spettacolari più che culturali dando ad ogni accadimento il tono di un ‘evento’ e infilandosi così in quell’onda dell’apparenza o dell’apparire che caratterizza con orribili conseguenze la società degli ultimi quindici anni”

Aprile 29, 2008

Vicenza: Jazz, nuovo sindaco, vecchie - buone - abitudini.

Vicenza Jazz

 

 

13° Edizione

23 aprile - 10 maggio 2008

 

COMUNICATO STAMPA

  

La musica dei più grandi jazzisti calata nei monumenti architettonici del Palladio: questo il filo conduttore della tredicesima edizione di New Conversations – Vicenza Jazz, intitolata “Le architetture del jazz”, che si terrà dal 2 al 10 maggio, promossa dal Comune di Vicenza, in accordo con la Regione Veneto e con il sostegno del Ministero per i beni e le attività culturali.

In occasione del quinto centenario della nascita di Palladio, le cui opere architettoniche conferiscono un volto unico alla città di Vicenza (tanto da averla portata a far parte della lista dei beni mondiali sotto tutela Unesco), New Conversations porta la musica improvvisata a interagire con gli affascinanti e prestigiosi spazi di Palazzo Barbaran da Porto, del Teatro Olimpico e di Piazza dei Signori, secondo un programma preparato dal direttore artistico Riccardo Brazzale con diverse occasioni concertistiche in esclusiva. 

Tra i protagonisti musicali del festival, spesso in formazioni all stars, ci saranno nomi di richiamo come Mike SternStacey KentOliver LakeJean-Luc PontyGreg Osby, Larry Coryell e, tra gli italiani, Giovanni Allevi,Enrico RavaQuintorigoFranco D’AndreaFabrizio BossoGianluca Petrella.

Oltre alla consueta attenzione per il jazz più attuale, sia statunitense che europeo, l’edizione 2008 del festival vicentino avrà poi un altro tema caratterizzante: la musica del vicino oriente mediterraneo. Sarà l’occasione per una parata di orchestre (Fanfara TiranaKočani Orkestar), cori (Sintonia Tbilisi) e solisti (ArielFlorinNiculescu).

 

 

Venerdì 2 maggio si terrà il primo di una lunga serie di appuntamenti serali di grande rilievo:l’omaggio alla musica di Charles Mingus proposto dai Quintorigo, formazione che ha saputo costruirsi una fama trasversale, conquistando sia gli ambienti del rock più sofisticato (trionfatori al premio Tenco e a San Remo) che quelli del jazz, già esplorati in numerose e importanti collaborazioni.

La sera di sabato 3 maggio ci si sposterà all’aperto, in Piazza dei Signori, di fronte alla Basilica Palladiana e a fianco della Loggia del Capitanato, per un incontro con il vitalismo e l’esaltazione dei ritmi balcanici della Fanfara Tirana.

Domenica 4 maggio si ritorna al Tetro Comunale, per il concerto di una delle più sfavillanti formazioni del jazz elettrico contemporaneo: la Mike Stern Band. Dai gruppi di Miles Davis a quelli di Jaco Pastorius sino all’attuale carriera da solista, la chitarra di Mike Stern è diventata sinonimo della fusion più entusiasmante e rivolta al futuro.

A partire da lunedì 5 maggio gli appuntamenti serali di New Conversations - Vicenza Jazzraddoppiano, iniziando con due serate realizzate come produzioni originali del festival.

Al Teatro Olimpico il 5 maggio si ascolteranno il Trio 3 composto da Oliver Lake, Reggie Workman Andrew Cyrille e il gruppo Franco D’Andrea Five (Franco D’Andrea, Fabrizio Bosso, Gianluca Petrella, Daniele D’Agaro, Zeno De Rossi). Si torna quindi a un jazz acustico e in cui vivacità concettuale ed estro esecutivo si saldano alla perfezione. Mentre il Trio 3 è un vero summit tra nomi storici della musica afroamericana, la formazione guidata da Franco D’Andrea vive del confronto tra generazioni, col veterano pianista che accoglie i più rinomati giovani solisti della scena musicale italiana.

Martedì 6 maggio, in occasione del centenario della nascita di Stephane Grappelli, il Trio diFlorin Niculescu e il duo composto da Jean-Luc Ponty e Wolfgang Dauner si alterneranno sul palco del Teatro Comunale per una serata costruita in esclusiva per Vicenza in cui il violino detterà la direzione della musica, vuoi su coordinate gitane vuoi su percorsi più sperimentali.

Il Teatro Comunale sarà la sede privilegiata per le restanti serate del festival. Mercoledì 7 maggio andranno in scena un quartetto ad alto tasso di modernità jazzistica (Marc Copland,Greg Osby, John Hebert, Bill Stewart) e il quintetto della cantante Stacey Kent, vera star della scena jazz britannica (anche se statunitense di origine).

Giovedì 8 maggio, alla prova di un gruppo tra i più affermati della scena newyorkese, il quintetto This Against That del trombettista Ralph Alessi, nel quale spicca la presenza al sax tenore di Ravi Coltrane, risponderanno le note del giovanissimo pianista israeliano Ariel: un prodigio di soli dieci anni, per la prima volta in Italia appositamente per le New Conversations vicentine.

L’omaggio a Chet Baker per mano di una all stars internazionale composta da Enrico Rava,Philip CatherineRiccardo Del FraAldo Romano e il trio di Larry Coryell, chitarrista che ha lasciato il segno su quattro decenni di storia del jazz e del rock, si alterneranno nella serata di venerdì 9 maggio: un appuntamento imperdibile per gli appassionati della chitarra.

Sabato 10 maggio, ultima serata di New Conversations - Vicenza Jazz 2008, il Teatro Comunale ospiterà la performance del pianista Giovanni Allevi, mentre in alternativa, in Piazza dei Signori, si potrà assistere alla pirotecnica esibizione dei gitani macedoni della Kocani Orkestar. La Kocani animerà inoltre il pomeriggio con una parata musicale lungo le strade del centro storico.

 

 

Numerosi saranno poi gli appuntamenti musicali pomeridiani, molti dei quali nella caratterizzante architettura palladiana di Palazzo Barbaran da Porto con, tra gli altri, il pianista Paolo Birro (2 maggio) e il duo composto daPietro Tonolo e Luigi Bonafede (4 maggio)

Per il dopo teatro, appuntamenti ricorrenti nei locali del centro storico. Ma le notti del fine settimana saranno dominate dalla scena (a ingresso gratuito) del Teatro Astra, che ospiterà il quartetto del sassofonista bostonianoJerry Bergonzi (9 e 10 maggio), oltre ai Baba Yoga (2 maggio) e la Jazz Vicenza Orkestra (3 maggio).

 

Come di consueto, la scena del festival sarà arricchita da presentazioni di libri, visioni di film a tema, mostre, seminari, oltre che vari concerti all’aperto e nelle chiese antiche. Un Piano Summit con Riccardo Zegna, Roberto Jonata e Debora Petrina farà da postilla al festival, l’11 maggio all’Auditorium di Thiene.

 

 

 

PROGRAMMA

 
 

Venerdì 2 maggio

18:00, Palazzo Barbaran da Porto: Paolo Birro “Dedicato a Palladio”

Paolo Birro (pianoforte)

 

21:00, Teatro Comunale: Quintorigo “Play Mingus”

Valentino Bianchi (sax); Andrea Costa (violino); Gionata Costa (violoncello); Stefano Ricci(contrabbasso); Luisa Cottifogli (voce)

 

22:00, Teatro Astra: Baba Yoga “Miles Davis 2008″

 

Sabato 3 Maggio

18:00, Piazze e strade del centro storico: parata Fanfara Tirana

 

18:00, Chiesa dei SS. Ambrogio e Bellino: Sintonia Tbilisi (coro georgiano)

 

21:30, Piazza dei Signori: Fanfara Tirana

Hysni Niko Zela (voce); Fatbardh Capi, Gezim Haxhiaj (sax, clarinetto); Xhemal Muraj, Gazmor Halilaj (tromba); Agim Sako (sax tenore, clarinetto);

Roland Shaqja (sax baritono); Mark Luca, Artan Mucollari, Pellumb Xhepi (flicorno baritono); Luan Ruci (tuba); Kujtim Hoxha (batteria); Mario Grassi (darbouka)

 

22:00, Teatro Astra: Jazz Vicenza Orkestra “Dedicato a Sergio Montini”

 

Domenica 4 Maggio

12.00, Abbazia di Sant’Agostino: Messa con il Coro e Orchestra di Vicenza, dir. G. Fracasso

“We Come Before You – A Jazz Mass” musica di Jan Hellberg

 

15:30, Piazze e strade del centro storico: parata Slide Family

 

16:00, Piazza dei Signori: Slide Family

Beppe Calamosca (trombone, fisarmonica); Mauro Ottolini (trombone, elettronica, tuba); Rudy Migliardi, Massimo Zanotti (trombone, tuba, bombardino);

Simone Pederzoli (trombone, elettronica); Peter Cazzanelli (trombone basso); Hannes Mock (trombone); Zeno De Rossi (batteria)

 

18:00, Palazzo Barbaran da Porto: Luigi Bonafede & Pietro Tonolo

Pietro Tonolo (sax tenore e soprano); Luigi Bonafede (pianoforte) (presentazione cdPeace, ed. Obliqsound)

 

21:00, Teatro Comunale: Mike Stern Band

Mike Stern (chitarra); Bob Franceschini (sax tenore); Tom Kennedy (basso elettrico); Dave Weckl (batteria)

 

22:00, Bar Sartea: Terzano Quartet “Cole Porter, Billy Strayhorn, Bill Evans”

 

22:00, JazsBò: Dan Kinzelman & Ferenc Nemeth Quartet

 

 

  

Lunedì 5 Maggio

21:00, Teatro Olimpico: Oliver Lake - Reggie Workman - Andrew Cyrille Trio

Oliver Lake (sax contralto, flauto); Reggie Workman (basso); Andrew Cyrille (batteria)

Franco D’Andrea Five

Franco D’Andrea (pianoforte); Gianluca Petrella (trombone); Fabrizio Bosso (tromba); Daniele D’Agaro (clarinetto); Zeno De Rossi (batteria)

 

Martedì 6 Maggio

18:00, Palazzo Barbaran da Porto:

Pedrollo Jazz Ensemble del Conservatorio diretto da P. Birro e S. Maiore

Big Band del Conservatorio diretta da E. Pasqualin: Shostakovich, Weill e il jazz

 

21:00, Teatro Comunale: Florin Niculescu Trioomaggio a Stephane Grappelli

Florin Niculescu (violino); Christian Escoudé (chitarra); Fabien Marcoz (contrabbasso)

Jean-Luc Ponty & Wolfgang Dauner

Jean-Luc Ponty (violino); Wolfgang Dauner (pianoforte)

 

Mercoledì 7 Maggio

21:00, Teatro Comunale: Copland-Osby-Hebert-Stewart Quartet

Marc Copland (pianoforte); Greg Osby (sax tenore); John Hebert (basso); Bill Stewart (batteria)

Stacey Kent

Stacey Kent (voce); James Tomlinson (sax tenore); Graham Harvey (pianoforte); David Chamberlain (contrabbasso); Matthew Skelton (batteria)

 

Giovedì 8 Maggio

21:00, Teatro Comunale: Ralph Alessi & This Against That featuring Ravi Coltrane

Ralph Alessi (tromba); Ravi Coltrane (sax tenore); Andy Milne (pianoforte);Drew Gress (contrabbasso); Mark Ferber (batteria)

Ariel

Ariel (pianoforte); Jean Claude Jones (contrabbasso)

 

Venerdì 9 Maggio

18:00, Palazzo Barbaran da Porto: Keith B. Brownomaggio a Big Bill Broonzy

 

21:00, Teatro Comunale: Rava-Catherine-Del Fra-Romano “Chet Mood”

Enrico Rava (tromba); Philip Catherine (chitarra); Riccardo Del Fra (contrabbasso); Aldo Romano (batteria)

Larry Coryell Trio

Larry Coryell (chitarra); Mark Egan (basso); Paul Wertico (batteria)

 

22:00, Teatro Astra: Jerry Bergonzi Quartet “Tenor of the Times”

Jerry Bergonzi (sax tenore); Renato Chicco (pianoforte); Dave Santoro (contrabbasso); Andrea Michelutti (batteria)

 

Sabato 10 Maggio

18:00, Palazzo Barbaran da Porto: Joanna Rimmer & Riccardo Zegna

Joanna Rimmer (voce); Riccardo Zegna (pianoforte)

 

18:30, Piazze e strade del centro storico: parata Kočani Orkestar

 

21:00, Teatro Comunale: Giovanni Allevi

         Giovanni Allevi (pianoforte)

 

21:30, Piazza dei Signori: Kočani Orkestar

 

Ajnur Azizov (voce); Durak Demirov (sassofono); Dzeladin Demirov (clarinetto); Turan Gaberov, Sukri Kadriev (tromba); Nijazi Alimov, Redzai Durmisev,

Sukri Zejnelov (tuba baritono); Suad Asanov (basso tuba); Vinko Stefanov (fisarmonica); Saban Jasarov (tapan); Erdzan Juseinov (percussioni)

 

 

22:00, Teatro Astra: Jerry Bergonzi Quartet “Tenor of the Times”

 

Domenica 11 Maggio

21:00, Thiene, Auditorium: Piano Summit con Riccardo Zegna, Roberto Jonata e Debora Petrina

 

 

Tutte le sere musica al Bar Sartea e nei locali del centro storico

Giovedì e domenica jazzclub al JazsBò (Sovizzo)

Seminari al Conservatorio “A. Pedrollo” di Vicenza con Florin Niculescu, Maurizio Franco e Riccardo Zegna.

 

MOSTRE

Giuseppe Chiari: i colori della musica, Casa del Palladio (2-18 maggio)

Suliko/Anasun: Arte dal Caucaso. Rusudan Petviashivili e Sonya Orfalian , chiesa SS. Ambrogio e Bellino (4-18 maggio)

Fotografie jazz, a cura del circolo fotografico “Punto Focale”, Teatro Astra (2-10 maggio)

 

 

Informazioni:

Comune di Vicenza - Assessorato alle Attività Culturali

Ufficio Cultura   Tel. 0444 222101          Fax. 0444 222155          e-mail:infocultura@comune.vicenza.it

Ufficio Festival  Tel. 0444 222122         e-mail: vicenzajazz@comune.vicenza.it

Web: www.myspace.com/vicenzajazz

 

 

Info per prevendite:

Teatro Comunale  Tel. 0444 324442

Agenzia Panta Rhei  Tel. 0444 320217

www.greenticket.it

Call center 899 500 055

Filiali della Banca Popolare di Vicenza

 

Prezzi:

Teatro Comunale e Teatro Olimpico: 22 euro intero; 18 euro ridotto

Palazzo Barbaran Da Porto: 5 euro. Abbonamento per 5 concerti: 15 euro

Tutti gli altri concerti sono gratuiti

Diritto di prevendita di euro 1,50 sui biglietti

 

Riduzioni:

Militari, giovani fino ai 25 anni, Carta 60, soci del Touring Club Italia, abbonati stagione Teatro Comunale (su presentazione della tessera di abbonamento personale), Cral e associazioni culturali (ne usufruiscono solo coloro che sono regolarmente iscritti), gruppi di almeno 10 persone con richiesta su carta intestata

 

Direzione artistica: Riccardo Brazzale

 

Ufficio Stampa: Daniele Cecchini

 

 

 

Aprile 29, 2008

«No. La verità è che tutti collaborano a Dagospia, in un modo o nell’altro».(Sabelli Fioretti vs. D’Agostino)


 

«Padre saldatore, madre bustaia. Sono nato in via dei Volsci, quella degli autonomi romani. Ho vissuto in quel quartiere fino a trentasette anni. Sono andato a lavorare a 18 anni, come ragioniere, alla Breda. Mia madre faceva i reggiseni su misura all’amante di un leader socialdemocratico. Ottenne una raccomandazione per la Cassa di Risparmio di Roma. Era il ’68. Avevo 20 anni». 

Hai fatto il ’68… 

«L’anno cruciale per me è stato il ’64, Bandiera Gialla, Arbore, Boncompagni, Zaccagnini. Andavamo a via Asiago, nella sede Rai. Stavamo seduti lì, in studio, accanto a Lucio Battisti, Loredana Bertè, Renato Zero… E la sera andavamo al Piper. Una volta eravamo su una 500 con Renato Zero e avemmo un incidente. Finimmo dentro un negozio di pompe funebri in via Sicilia. Ci portarono al Policlinico. Zero, che allora non era ancora Zero, ma era già tutto truccato, capelli lunghissimi, pantacollant, lo ricoverarono direttamente al reparto femminile. 

La nostra passione era la letteratura anglo-americana. Ricordo il nostro incontro con Fernanda Pivano. Per noi era un mito. Ci presentammo io e Paolo Zaccagnini all’Hassler vestiti da Kerouac e Ginsberg de’ noantri, gilet da mercatino dell’usato, jeans stracciati, capelli lunghissimi, proprio on the road. Entrammo ma non vedemmo nessuna signora beatnik. Dissi a Paolo: “Ci ha dato la buca”. Poi il portiere: “La signora Pivano è quella signora bionda vicino al pianoforte”. Rimanemmo a bocca aperta. Caschetto, tailleur, filo di perle, tacchetto basso. Era lei».

Dagospia ti ha procurato un sacco di nemici. Celli… 

«La Rai per Dagospia è sempre una pacchia. Se ogni giorno faccio un articolo sulla Rai ho assicurati ventimila navigatori in più. Celli era il direttore generale della Rai. Litigare era inevitabile. Oggi siamo amici». 

Maria Angiolillo… 

«Ce l’ha con me perché scopro quando lei fa le sue cene di potere. Ma io le voglio bene. Per me è un mito di Roma, come Romolo e Remo. Quando la cito scrivo “Mariasaura Angiolillo, fondata nel 1918”. E scrivo che accende il forno con la pietra focaia. Da piccola aveva come animali domestici due pterodattili». 

Afef… 

«Le sciure milanesi ce l’avevano con lei perché si era pappato Tronchetti Provera. Facevano a gara a mandarmi notizie. Linciaggio di carattere razzista con sottofondo di invidia. Afef giustamente si incazzò. Mi sono pentito di aver esagerato. Le ho chiesto scusa». 

Vittorio Sgarbi? 

«Su quello schiaffo ho campato per anni. Mi fermavano per strada e mi dicevano: “In quella mano c’ero anche io”». 


Perché lo schiaffo? 
«Eravamo all’Istruttoria di Ferrara. Sgarbi mi stava travolgendo con la sua parlantina. Ero in un angolo. Allora incalzai: “Professore de che? Sei un asino. Per tre volte hai fatto l’esame per la cattedra e per tre volte sei stato bocciato”». 

E lui? 
«Cominciò a urlare. Io gli ripetevo: “Asino. Bocciato tre volte. Asino. Bocciato tre volte”. Artificio retorico. Ripetere, ripetere, ripetere. Ogni volta aumentavo il volume. Lui mi tirò in faccia la minerale. Io provai a spaccargli la bottiglia in testa, lui la bloccò, io lasciai e con la mano libera partì lo schiaffone». 

Avete fatto pace? 
«Mi offrirono un sacco di soldi per farlo in tv. Rifiutai sempre. Lui avrebbe voluto. Anche se continuava a considerarmi uno stronzo. E anche io». 

Raoul Bova? 
«E’ un ingrato. Ho girato solo un film nella mia vita, un film sciagurato e trascendente, “Mutande pazze”. E ho fatto debuttare Raoul Bova sul grande schermo. Una volta diventato famoso poteva anche, en passant, citare il fatto, no? Invece mai. Lo so, è una piccineria da parte mia. Mai una volta che avesse detto: “Ringrazio D’Agostino che mi ha scelto nel mucchio…”». 

Stefano Folli… 
«Aveva dato la sua prima intervista da direttore del Corriere ad un mensile della destra post-fascista, e aveva parlato bene di Fini». 

Tu hai scritto: “Camerata Folli”. 
«Gli ho telefonato per chiedergli scusa. Mi ha sbattuto la cornetta in faccia». 

Quanto tempo hai lavorato in banca? 
«Dodici anni. Ma intanto avevo cominciato a scrivere di musica. Ho fatto anche il disc-jockey al Titan, che era la prima discoteca rock per compagni sbandati (’77).